Ara sa terra, massaju, ca est ora de arare...



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lunedì 3 settembre 2012

Intrusi urbani

    Su una panchina, si ammazza il tempo e si
possono pure incontrare visi nuovi ....
                        

Mi sento osservato. Mi guardo intorno ma la terrazza del ristorante e' quasi vuota. Gli unici clienti sono seduti su uno dei tavoli al mio fianco e consumano la loro colazione in silenzio, senza badare a nessuno. Eppure continuo ad avere la sensazione di avere degli occhi puntati addosso, che qualcuno mi stia spiando. Penso tra me che sia  forse uno dei primi segni di demenza, che dovrei dormire di piu' o leggere meno romanzi noir.
Alzo lo sguardo verso il cielo ed invece eccola. Sta su uno dei balconi dei palazzi intorno e mi fissa. Per un attimo penso che stia solo osservando distratta i clienti di sotto e invece no. Mi alzo dal tavolo per chiedere un cucchiaio pulito e mi accorgo che mi segue con lo sguardo. Cosa vuole? Perche' proprio me?
Faccio finta di non averla notata e continuo a bere il mio caffe', ma lei sta sempre li sul terrazzo del secondo piano e mi fissa. Non e' certo giovane, ma nemmeno vecchia... di mezz' eta' direi. Cosa ci faccia nel terrazzo e' un mistero.
Poi tutto succede veloce, in pochi secondi. Altre due come lei compaiono sul tetto di uno dei palazzi di fronte. Lei urla e si getta dal terrazzo. La vedo volare e atterrare agile sul mio tavolo a fianco. Afferra la bottiglia di sciroppo zuccherato e va via veloce. Le altre scimmie gridano mentre il cameriere fa appena in tempo ad accorgesene e invano corre brandendo un bastone. Lei torna sul terrazzo e inizia a bere la preziosa bevanda. Capisco cosi' che era lo zucchero sul mio tavolo il vero oggetto di tanto fissare.

Ho vissuto in citta' invase da piccioni, altre avvolte da zanzare, altre ancora dominate da scoiattoli, ma non avrei mai pensato di dovermi guardare dalle scimmie. Si muovono nell' ambiente urbano a loro agio. Aspettano l' occasione per rubare il cibo, altre volte stanno invece accovacciate in modo educato al bordo della strada o sedute su una panchina del parco. Sperano magari nella buona sorte o che qualcuno allunghi qualcosa. L' altro giorno al mercato all' aperto ne ho vista una che aspettava il passaggio del bus per poi attraversare civilmente la strada. Mi mette allegria vederle in mezzo al cemento. Mi ricordano che per quanto ci si ostini a spingere la natura fuori dalla citta', lei rimane e di risposta fa pressione, trova varchi e magari un giorno riuscira' pure a riprendersi gli spazi persi...




martedì 5 giugno 2012

Eastern Oregon

Falco Pellegrino. Padrone dei cieli sugli altopiani desertici.

Cascades Range, Three Sisters.
Painted Hills. Cio' che resta di una eruzione vulcanica

Shaniko, citta' ormai fantasma sulla strada che porta ad Est.

sabato 19 maggio 2012

Smith Rock. Ovvero di appuntamenti al buio, di forum on line e del sacro fuoco che consuma.



"Mi chiamo Leonardo e non arrampico da una settimana". Gli altri uomini seduti in cerchio si alzano in piedi dalle loro sedie pieghevoli, applaudono e vengono ad abbracciarmi.  La stanza e' vuota, eccetto per un poster sgualcito che proclama " La montagna si puo' vivere in tanti modi" e mostra tre uomini e tre donne che mangiano la loro merenda su un prato alpino, alla base di una parete verticale. La seduta degli Arrampicatori Anonimi e' iniziata da qualche minuto, con il rito delle presentazioni e io mi sento gia' terribilmente a disagio. Mi guardo intorno, fisso le nocche callose delle mani degli altri "anonimi", dondolo un po' sulla sedia, stiro le gambe, la sedia si sbilancia indietro e sto per cadere  quando invece mi risveglio di soprassalto... era solo un sogno o incubo. Non ci sono
Arrampicatori Anomini, non c'e' nessuna stanza vuota ne gruppo di supporto, sono solo io nella mia tenda, satura di condensa e di odore di scarpette, nel pianoro ai margini del parco di Smith Rock. 

Anche senza gruppo di supporto, ogni tanto dico a me stesso che e' possibile vivere felici senza arrampicare.  Mi ripeto che milioni di persone vivono serene esistenze senza mai toccare roccia, mi autoflagello ricordandomi che in fondo io non sono un arrampicatore forte e quindi tanto vale smettere. Ma niente. Il sacro fuoco rimane li, sempre acceso, nonostante vari tentativi di tenerlo a bada o fare finta che non emani vita e calore. Ogni tanto riesco ad anestetizzarmi con la corsa e con la bici, ma e' un po' come curare una dipendenza con una di diverso tipo. Perche', piu che il gesto atletico, so bene che e' il desiderio della scoperta di posti nuovi a tenere acceso il fuoco. Cosi' giorni fa, in preda ad astinenza, mi sono ritrovato a cercare un compagno nella temuta sezione di un forum di montagna dedicata ai disperati in cerca di qualcuno con cui arrampicare. Temuta perche'  sui forum non sai mai chi sia la persona che risponde ne quanto possa essere affidabile. E' un po' come cercare l' amore su un sito di incontri e avere un incontro al buio con una sconosciuta.

Giorni fa avevo gia' usato la tecnica del biglietto in palestra (trovando un compagno per una gita di un giorno) ed ero ormai pronto a provare la tecnica dell' agguato al parcheggio (gia' descritta in un altro post).  Un arrampicatore (che chiamero' AS), aveva negli anni raffinato la tecnica dell' agguato, piombando all' improvviso su sconosciuti e costringendoli con l' inganno e il raggiro a fargli sicura. Privo di macchina, AS negli anni della adolescenza, era in grado di andare a piedi alla Muraglia ad Osilo, e poi ottenere una sicura praticamente da chiunque fosse in grado di muovere le mani. Speravo quindi di potere usare il sapere trasmesso da AS anche nel mio caso. Smith Rock era nella lista dei posti in cui avrei voluto arrampicare ormai da anni e vista la distanza da Portland, non potevo perdere questa occasione. L' idea di guidare tre ore e poi aspettare che qualche anima pia si presentasse  non mi allettava per niente. Con pochi giorni in citta' non c'era nemmeno il tempo di creare una rete di contatti, cosi'  non restava che il forum come ultima spiaggia.

    AS era riuscito a piegare le sue doti di illustratore al
      servizio dell' arrampicata, catturando cosi' con l' inganno di
     sgargianti colori e segrete tecniche comunicative una schiera
 di "schiavi da sicura"

Cosi' mi do appuntamento con uno sconosciuto all' ingresso del parco per due giorni  a Smith Rock. Stretta di mano, pochi convenevoli e poi iniziamo ad annusarci a vicenda con qualche domanda casuale. Decidiamo di iniziare su qualcosa di facile e nell' aria e' palpabile la diffidenza iniziale. "Vuoi andare da primo?", "Non c'e' problema. Prima tu", "No, prima tu... figurati...".

Smith Rock e' il posto in cui gli Americani capirono forse per la prima volta che cosa fosse l' arrampicata sportiva.  Ci misero un po' di tempo a digerire il concetto e solo nel 1986  iniziarono a usare il trapano a batterie per aprire le vie. Merito soprattutto di alcune visite che un gruppo di arrampicatori francesi (Jean Baptiste Tribout tra tutti) fece verso la meta degli anni ottanta. I Francesi (usando un eufemismo) "spaccarono i culi" e saliro diverse vie, all' epoca tra le piu' dure  in Nord America. Gli arrampicatori locali capirono cosi' che era tempo di evolversi e iniziarono ad usare tecniche tipiche dell' arrampicata sportiva fino a quel momento sconosciute o derise (per esempio lasciare i rinvii piazziati per tentare una via dura, chiodare dall' alto).  In fondo poi la roccia a Smith Rock non e' certo il granito di Yosemite e ad una prima ricognizione gli amanti del granito o del calcare compatto potrebbero quasi inorridire. Si tratta infatti di roccia vulcanica (tufo per lo piu') con piccoli buchi e fessure dove piazzare protezioni puo' essere veramente difficile. Le prime vie aperte dal basso, con il pianta spit avevano distanze siderali tra due protezioni, proprio perche' piazzare uno spit a mano spesso era peggio del rischio di un volo lungo. Alcune vie sono state purtroppo richiodate con criteri moderni, ma molte mantengono la distanza originale tra le protezioni.

Guardo il primo spit, a circa otto metri da terra  e il dubbio morale mi tormenta: usare o no il bastone per mettere il primo rinvio (strumento noto anche come coniglio). Il mio compagno ne ha uno che si allunga fino a dieci metri e pare non abbia nessuna remora morale nell' usarlo.  Mi piego a tale orrore e giusto sotto lo spit mi accorgo che il passaggio duro e' prima della protezione e benedico cosi'  di avere messo da parte lo stile maschio di arrampicata... Nei due giorni a Smith Rock confesso di avere preso parecchie bastonate sui denti e solo alla fine ho iniziato a sentire la roccia nel modo giusto e a leggere le misteriose sequenze tra i buchi. Sarebbe stato meglio non volare, chiedere un resting in meno, salire qualche via in piu' al primo colpo.. ma in fondo penso che importa poco. Mentre guido verso Portland mi sento rilassato, risalgo con l' immaginazione le vie salite e mi ripeto che adesso posso non arrampicare almeno per un po'. Poi arrivo a casa e mi rimetto a cercare sul forum se ci sia qualcuno disponibile... giusto per curiosita' pero'...  





domenica 6 maggio 2012

Big Island

Qualche foto di un recente viaggio a Big Island, Hawaii. Situata nell' Oceano Pacifico, a sud del Tropico del Cancro, Big Island e' la piu' grande e meno popolata isola dell' arcipelago. La scarsita' della popolazione (dovuta alla combinazione di continue eruzioni vulcaniche e mancanza di posti di lavoro) ha preservato l' isola da cementificazioni selvagge ed ha permesso di mantenere intatti i suoi numerosi habitat. L' isola e' un piccolo mondo isolato nel mezzo del pacifico dove, in pochi chilometri, si passa da altopiani desertici, campi di lava, caldere vulcaniche e foreste tropicali. 
Negli anni trenta la canna da zucchero venne coltivata nell' isola, portando pero' subito ad un impoverimento dei suoli vulcanici e all' abbandono della coltivazione. La foresta tropicale si riprese subito lo spazio un tempo occupato dalle coltivazioni ed ora vaste porzioni dell' isola appaiono totalmente selvagge, anche al di fuori dei parchi naturali.
Oggi l' isola e i suoi abitanti si trovano pero' di fronte al solito dilemma: sviluppo o posti di lavoro? una soluzione sembra stare forse in forme di agricoltura sostenibile, che non impoveriscano il suolo e permettano il rispetto dell' ecosistema. Banane, mango, papaya crescono in modo spontaneo ai bordi delle strade e possono rappresentare il futuro dell' isola. La canna da zucchero e' stata in parte sostituita dal caffe', che rappresenta una preziosa risorsa per la gente del posto.
Le hawaii non sono solo spiagge per foto su riviste patinate, ma offrono una occasione unica per viaggiare nel tempo in mezzo a ecosistemi diversi e vedere un esempio su piccola scala di come grande sia la sfida di conciliare insieme la sopravvivenza del pianeta e una stile di vita un po' piu' confortevole di quello dei nostri antenati.

 

Link alla galleria fotografica
 

Akaka falls


                                        Dentro un condotto lavico spento. 
                                                 Questo tipo di caverne formate dal passagio
                                                 della lava vennero usate per secoli come abitazione
                                                 dalle prime popolazioni polinesiane che
                                                 colonizzarono l' isola.


Scritture rupestri nei campi di lava nel sud
dell' isola. Ne sono stati censiti 23000, di cui
17000 sono semplici buchi in cui le madri 
sotteravano il cordone ombelicale dei neonati 

 
Caldera vulcanica nel parco nazionale nel sud dell' 
isola. La zona e' molto attiva e recenti studi indicano 
che la lava provenga direttamante dal mantello.

Waipo Valley 

Campi di lava. A meta' della giornata il calore emanato e' quasi 
insopportabile. Il percorso dei campionati del mondo di Triathlon
 Iron Man passa nel mezzo di campi lavici come questo nei pressi
di Kona. Dopo avere corso per una decina di chilometri sullo stesso 
percorso, ho apprezzato ancora di piu' cosa significhi raggiungere 
il traguardo della prestigiosa competizione

domenica 8 aprile 2012

Primavera a Yosemite



Primavera non bussa, lei entra sicura
Come il fumo lei penetra in ogni fessura
ha le labbra di carne e i capelli di grano
che paura, che voglia che ti prenda per mano
che paura, che voglia che ti porti lontano 
(Un Chimico, F. de Andre' )

sabato 17 dicembre 2011

Al di la del petrolio




Faccio spesso fatica a trovare libri degni di nota nella vasta letteratura su ambiente ed energia. Per lungo tempo sono stato (e in parto lo sono tuttora) accanito lettore del filone che definirei apocallito-cospiratore. La premessa in questo genere e' che il pianeta sia ormai sull' orlo del collasso totale (spesso a causa di oscure forze che tramano nell' ombra). Benche' i problemi sollevati siano reali e cruciali, uno dei limiti di simile letteratura e' la tendenza a piegare i dati per dimostrare di avere ragione, con una attitudine che definirei religiosa. Questa visione escatologica a me e' sempre piaciuta a priori, in parte per la falsa presunzione di essere uno di quelli capaci di salvarsi e prosperare. Confesso pero' che un simile approccio non aiuta la causa ambientalista.

Nella mia ricerca di fonti attendibili e di un approccio all' ambientalismo piu' razionale e scientifico, ho finito per imbattermi nella produzione giornalistica e divulgativa di Leonardo Maugeri, top manager di Eni. Anni fa' iniziai a leggere il suo libro "The Age of Oil: The Mythology, History, and Future of the World's Most Controversial Resource"  con un iniziale scetticismo, causato dalla biografia professionale di Maugeri ("come puo' un uomo che lavora per una multinazionale essere attendibile!?") . Scoprii poi che i dati presentati, la bibliografia e l' impostazione del libro risultavano molto piu' solidi di molti scritti sul picco del petrolio e affini.

Nel suo ultimo libro "Beyond the Age of Oil: The Myths, Realities, and Future of Fossil Fuels and Their Alternatives" Maugeri offre una panoramica completa su tutta le fonti energetiche attualmente disponibili, la loro rilevanza sulla produzione presente e futura e il loro impatto ambientale. Ogni capitolo descrive in modo esaustivo una diversa fonte di energia, con tabelle, stime e una bibliografia soddisfacente. Si parte da petrolio, carbone e gas naturale, per poi coprire nucleare, biomasse, vento, solare e geotermico. La parte finale descrive possibili alternative energetiche e il ruolo dell' efficienza energetica. Molti dei dati presentati possono apparire ovvi per una persona esperta del problema energetici. Il libro pero' ha il pregio di offire un quadro generale partendo dal presupposto che, prima o poi, dovremmo andare oltre un paradigma energetico come quello attuale basato su petrolio e carbone. Questa esigenza nasce non dall' idea (scientificamente da provare) che il petrolio sta per finire ma dalla chiara evidenza dei danni ambientali che il presente uso di carburanti fossili sta causando. Il libro non lascia molti spazi a proclami di ottimismo e descrive un quadro generale molto serio. L' autore offre comunque una possibile speranza futura che viene dalla ricerca scientifica e da opportune decisioni politiche (per esempio tasse sulle emissioni di carbonio).

La mia limitata esperienza personale mi porta a dire che la sola scienza non potra' risolvere il problema e, mai come ora, la comunita' scientifica avrebbe bisogno di una maggiore coesione e criteri guida provenienti dall' econonomia e dalla politica. La mia impressione e' che molte risorse siano ora impiegate su progetti che non avranno nessuna speranza di contribuire alla risoluzione del problema. Molti progetti finanziati vanno anche bene per pubblicare su una rivista scientifica, ma hanno poca rilevanza in termini concreti. Fare scienza puo' essere un' attivita' che porta ricchezza intelletuale, ma se il punto ora e' affrontare il problema energetico, penso che ci sia ampio spazio per conciliare meglio "sete di conoscenza" e la ricerca di soluzioni pratiche.



giovedì 17 novembre 2011

Popolazione Terra Sette Miliardi

Grafico andamento popolazione mondiale (fonte Wikipedia).
Un ulteriore grafico animato puo' essere trovato qui


La popolazione del pianeta sta per raggiungere i sette miliardi di individui (secondo alcune stime abbiamo invece gia' passato questo traguardo). La notizia non sembra risquotere molta attenzione nelle prime pagine dei quotidiani, in un momento in cui molti giornali sono focalizzati su titoli bancari, crollo dell' euro e proteste in piazza di ogni sorta. Eppure l' idea di essere sette miliardi mi impensierisce di piu' che non lo spread con i titoli di stato tedeschi. La sfida per mia generazione e quelle future sara' soprattutto trovare un modo di garantire cibo ed energia per una popolazione in rapida crescita, con stili di vita in forte cambiamento (e non sempre in una direzione sostenibile). Anche ammettendo che la popolazione si stabilizzi intorno ai sette miliardi (nel grafico corrisponde ad una cifra tra la linea verde e la linea gialla), a leggere i numeri del fabbisogno energetico ci si rende conto che il problema e' enorme e al momento i progressi fatti sono stati minimi. Di solito la stabilizzazione della popolazione e' legata ad un miglioramento dello stile di vita e un diffuso accesso all' istruzione, soprattutto da parte delle donne (c'e' una connessione empiricamente provata tra livello di scolarizzazione e indice di fertilita'). Migliore stile di vita comporta pero' spesso un maggior consumo di risorse, riproponendo comunque il problema di accesso a fonti energetiche.


OECD: Organization for Economic Cooperation and Development.
India e Cina per esempio non fanno parte dell' OECD: in generale
la crescita dei consumi e' nei paesi non OECD.
L' unita' di misura e' il British thermal unit (Btu).


Guardando i dati sulle fonti di energia ci si rende conto che le fonti definite come "rinnovabili" sono ancora una porzione esigua del totale. Se poi si considerano i dati di produzione di elettricita', appare in modo chiaro come gli sviluppi tecnologici fatti non siano sufficienti per affrontare la scala del problema. Gran parte della elettricita' e' prodotta ancora da carbone, mentre se analizziamo i numeri per la produzione di energia in genere, un fetta considerevole di umanita' ha come unica fonte energetica le biomasse (legno, sterco, rifiuti).

Produzione di energia per diverse fonti


Ovviamente non esiste una risposta semplice al problema energetico e nemmeno un colpevole a cui addossare le responsabilita' (potremmo chiamare in causa lo stile di vita occidentale, ma lascio a dopo un simile discorso). Scienziati, giornalisti e politici che sbandierano "La Soluzione ultima" o sono in cattiva fede o non hanno ben chiaro l' ordine di grandezza dei numeri in gioco. Un cambio radicale nei modi di produzione dell' energia richiede forti investimenti, sia pubblici che privati, e non puo' avvenire solo per buona volonta' dei singoli. Un investitore punta di solito il suo denaro su una nuova tecnologia solo quando e' redditizia. Credo sia questo il cuore del problema. Finche' sara' conveniente usare carburanti fossili, non sara' possibile fare decollare altre fonti. Al contempo dire semplicemente "non usiamo piu' il petrolio", non e' una via possibile. Nei prossimi decenni avremo bisogno di una strategia di uscita dalla dipendenza da carburanti fossili, tenendo a mente che il petrolio rimane la risorsa piu' duttile e versatile su cui si sia basata la storia dell' umanita' negli ultimi cento anni. Guardando poi alla storia dell' industria petrolifera, un petrolio "costoso" ha finito per favorire nuovi investimenti e creazione di nuove tecnologie nello stesso settore degli idrocarburi, incrementando la resa dei giacimenti e la scoperta di nuovi. Per la sua densita' energetica, facilita di trasporto, ampio uso in varie produzioni industriali (fertilizzanti, medicinali, plastiche, metalli, cemento...) non sara' semplice trovare una tecnologia di rimpiazzo, capace di dare energia a piu' di sette miliardi di persone, senza distruggere il pianeta. Un petrolio piu' caro sembra essere una condizione necessaria per nuovi sviluppi tecnologici. Nonostante la mia vena apocallittica, penso sia possibile, ma rimando il mio ottimismo a qualche post futuro.

Nota: report completo puo' essere trovato al link dell' Energy Information Administration.

lunedì 10 ottobre 2011

Di addii, auto ed emissioni



Dopo tre anni e mezzo di onorato servizio, pare che la vecchia Camry non ne voglia sapere di ripartire. Sta li, di fronte al mio garage e fino ad ora nessuno dei tentativi fatti sembra riportare la vita nel motore.
L' impianto elettrico e' sempre stato il suo punto debole. Piu' di una volta ho vissuto momenti di panico in mezzo a neve, deserto o radure spopolate, nel tentativo di "fare contatto", fare in modo che i sensori che controllano il motore di avviamento funzionassero. La mossa segreta per ripartire era stata scoperta da Antonio, durante un viaggio a Bishop. La macchina non voleva ripartire e noi iniziammo a toccare tutti i possibili pomelli e bottoni, chiudere e aprire le porte, nel tentativo di trovare la giusta combinazione di contatti elettrici. Spendemmo due ore di puro delirio sulla statale 395. Ad un certo punto chiesi ad Antonio di scendere dalla macchina e mettersi nella stessa posizione in cui si trovava l' ultima volta in cui eravamo riusciti a ripartire. Lui mi rispose "Si, ma in quel momento stavamo mangiando dei donuts", come se avesse una qualche rilevanza. Alla fine Antonio capi' che bisognava sfiorare gentilmente il cambio nel mentre si girava la chiave.

Pagata mille e cento dollari, la macchina mi ha portato in giro per migliaia di chilometri, diventando di fatto parte della mia attrezzatura per la vita all' aria aperta. Dall' Oregon al Sud della California, e' stata un po' macchina e un po' appoggio logistico per dormire e mangiare.


E cosi' ora il dilemma. Tentare l' impossibile e resuscitarla? comprarne un' altra usata?
L' idea di una macchina nuova non mi ha mai sfiorato e l' unico motivo per cui ne comprerei una sarebbe per ragioni "ambientali", per un ipocrita desiderio di "inquinare di meno". A guidare si inquina sempre e i numeri delle emissioni sono sempre spaventosi. A leggere i depliant delle auto sembra pero' che la maggior parte dei nuovi veicoli siano "green", gentili con l' ambiente e a ridotte emissioni.
Ma chi decide in fondo quando una macchina e' a bassa emissione? in Europa ci pensa l' Unione Europea. Vengono fissati dei parametri e le case automobilistiche devono rispettarli per poter avere la certificazione. Il tutto sembrerebbe nobile e giusto, se non fosse che i test per il controllo delle emissioni vengono fatti in laboratorio e non su strada. In altre parole, il motore e' testato in condizioni ideali, al banco di prova, dove i cicli del motore sono ottimizzati per rispettare gli standard imposti. Cosa succederebbe invece se i test fossero fatti su strada? La risposta sta in questo recente studio finanziato dalla UE. I risultati dei test su strada danno risultati diversi e per alcuni tipi di emissioni la differenza e' notevole. Per esempio. la differenza di emissioni di anidride carbonica e' del 21% in piu', quello di ossido di azoto del 320% (ehmmm....).

Quindi non solo il senso di colpa non deve mai abbandonarci quando guidiamo un' auto "ecologica" ma dobbiamo pure ricordarci che in fondo queste definizioni sono arbritrie e soggette alla volonta' politica del momento. Dal Lunedi al Venerdi io uso solo la bici e rimpiango ancora i tempi in cui riuscivo ad andare ad arrampicare senza prendere l' auto...


Nota: ecco l' abstract dell' articolo.

"For obtaining type approval in the European Union, light-duty vehicles have to comply with emission limits during standardized laboratory emissions testing. Although emission limits have become more stringent in past decades, light-duty vehicles remain an important source of nitrogen oxides and carbon monoxide emissions in Europe. Furthermore, persisting air quality problems in many urban areas suggest that laboratory emissions testing may not accurately capture the on-road emissions of light-duty vehicles. To address this issue, we conduct the first comprehensive on-road emissions test of light-duty vehicles with state-of-the-art Portable Emission Measurement Systems. We find that nitrogen oxides emissions of gasoline vehicles as well as carbon monoxide and total hydrocarbon emissions of both diesel and gasoline vehicles generally remain below the respective emission limits. By contrast, nitrogen oxides emissions of diesel vehicles (0.93 ± 0.39 grams per kilometer [g/km]), including modern Euro 5 diesel vehicles (0.62 ± 0.19 g/km), exceed emission limits by 320 ± 90%. On-road carbon dioxide emissions surpass laboratory emission levels by 21 ± 9%, suggesting that the current laboratory emissions testing fails to accurately capture the on-road emissions of light-duty vehicles. Our findings provide the empirical foundation for the European Commission to establish a complementary emissions test procedure for light-duty vehicles. This procedure could be implemented together with more stringent Euro 6 emission limits in 2014. The envisaged measures should improve urban air quality and provide incentive for innovation in the automotive industry."

lunedì 3 ottobre 2011

Gogna e l' accesso alla montagna

Segnalo un articolo di Alessandro Gogna, pubblicato su lo Scarpone di Settembre.
Non avendo l' articolo originale, vi mando al post di Beppe, in cui ho scritto due righe su cosa penso a riguardo.

Tutta questa storia del controllo, della sicurezza e della regole per vivere all' aria aperta, non poteva non riportare alla memoria una citazione dotta, che spero qualcuno dei miei sette lettori riesca a riconoscere...

"What's the matter with you guys? This was never about the money, this was about us against the system. That system that kills the human spirit. We stand for something. We are here to show those guys that are inching their way on the freeways in their metal coffins that the human spirit is still alive."

Traduzione: "Quale il e' il vostro problema? non e' mai stata una questione di denaro, eravamo noi contro il sistema. Quel sistema che uccide lo spirito dell' uomo. Noi combattiamo per qualcosa. Noi siamo qui per dimostrare a quelle persone sulle autostrade nelle loro bare di metallo che lo spirito dell' uomo e' ancora vivo."

giovedì 7 aprile 2011

Nucleare III

Segnalo video divulgativo interessante.
Rubbia espone il possibile uso del Torio come combustibile nucleare.

mercoledì 6 aprile 2011

Nucleare II

Per la serie cambi di prospettiva ( o idee confuse, scegliete voi ).
Nel precedente post mela cantavo sul bisogno di fare ricerca per investigare meglio i cicli del combustibile nucleare. La ricerca pare essere sempre cosa nobile... ma mi ero scordato di controllare quanto costa e quanto viene speso al momento.

"Of the $135.4 billion spent on energy research and development from 1948 to 2005 (in constant 2004 dollars), more than half, or $74 billion, went to nuclear energy, while fossil-fuel programs received a quarter, or $34.1 billion. The leftovers went for alternatives, with renewable getting $13 billion, or 10 percent, and energy efficiency $12 billion, according to a Congressional Research Service report written in 2006. "

meno del 20% del budget va per efficienza energetiche e fonti rinnovabili. La ricerca nucleare si prende gia' il 54% dei fondi, con risultati che non sembrano dei migliori...

Mi sa che e' il caso di rivedere il bilancio di spesa, se si vuole realmente cambiare la situazione...

www.nytimes.com/2009/03/18/opinion/18cooke.html


e il piu recente

economix.blogs.nytimes.com/2011/03/28/renewing-support-for-renewables/

domenica 3 aprile 2011

Nucleare

Tempo fa promisi di scrivere dei piccoli post sul nucleare. In effetti avevo collezionato parecchio materiale, senze pero' riuscire a riorganizzarlo in modo organico e succinto. Vinto da un misto di pigrizia e mancanza di tempo, segnalo almeno un interessante studio fatto dal MIT sul futuro dei cicli del combustibile nucleare.

Alla luce di quanto accaduto in Giappone e dopo la lettura del report interdisciplinare del MIT, mi sembra chiaro che ci siano due aspetti che remano in direzione opposta e poco conciliabile
-la tecnologia nucleare e' relativamente giovane e sono necessari ancora studi per capire come usare in modo efficiente combustibile e processari gli scarti. La ricerca costa e ha tempi lunghi.
-la necessita' di "fare soldi" subito, di produrre energia a prezzi competitivi non va d'accordo con la sicurezza e la ricerca. Considerati i costi di costruzione, gestione e sicurezza degli impianti e smantellamento poi degli stessi, al momento il nucleare non e' una tecnologia in cui investirei il mio denaro.

Se una tecnologia per la produzione di energia ha bisogno di forti sovvenzioni statali per sopravvivere, significa che non e' matura ed e' giusto che venga accantonata (almeno nei suoi aspetti commarciali) fino a che non lo diventi. Solo nei casi di ampia disponibilita' del materiale primo (uranio), vasti spazi a bassa densita' demografica, penso che il nucleare possa essere gia' da ora una possibile fonte energetica.

Carbonio profondo




Il petrolio e' un elemento centrale delle nostre esistenze. Non c'e' persona che viva nei paesi industrializzati che possa negare una dipendenza dagli idrocarburi (catene di carbonio e idrogeno, componente primaria del petrolio). Persino chi rifiuta il paradigma di trasporto basato sull' auto privata, deve piegarsi al fatto che il petrolio e' alla base di quasi tutte le produzioni industriali. Agricoltura e trasporti sono tra i settori dove questa dipendenza e' piu' accentuata. Nonostante il ruolo centrale che i composti del carbonio giocano nella nostra esistenza, abbiamo una conoscenza piuttosto scarsa del modo in cui il pianeta terra processi questo tipo di materiali. In altre parole non sappiamo molto dei cicli del carbonio, del modo cioe' in cui il carbonio e' distribuito nel pianeta e la natura ed estensione di questi giacimenti. Nessun progetto esplorativo e' andato mai sotto i 12 Km (la terra ha un raggio di 6000 Km), anche se esistono progetti di perforazione per arrire al Moho, la regione tra crosta e matello. Parecchio e' stato fatto per capire le interazioni crosta terrestre-atmosfera, ma ci sono ormai molte evidenze che il sistema Terra e' piu' complicato e scambi di sostanza tra atmosfera e mantello giochino un ruolo importante nei cicli del carbonio.

Il petrolio e' considerato un prodotto dell' effetto combinato di batteri e temperatura su materiale organico (piante e animali) che milioni di anni fa ricopriva il pianeta. Molteplici evidenze sembrano supportare questa teoria, anche se diversi punti rimangono aperti e non chiari. Una seconda formulazione considera il petrolio di origine abiogenica, cioe' derivante non da materiale organico ma dall' interazione di rocce con acqua. La teoria, formulata in URSS negli anni quaranta del secolo scorso, e' sempre stata considerata eretica e solo intorno agli anni novanta sono stati prodotti risultati scientificamente accurati che ne supportavano diversi aspetti.

Se pensiamo che metano (molecola con un solo atomo di Carbonio) e altri idrocarburi si trovano in pianeti privi di foreste o animali (Titano , Giove), non e' cosi' assurdo pensare che un meccanismo abiogenico possa avere generato una parte (seppur minima) del petrolio. Il punto centrale e' capire come, quanto e la rilevanza per scopi commerciali. Gli esperimenti ad alta pressione e temperatura (2000 gradi e 5 GPa) possono essere piuttosto complicati, cosi' simulare al computer le reazioni e' una valida alternativa. Negli ultimi due anni ho studiato come dal metano si potesse arrivare a formare catena di idrocarburi, simulando le condizioni del mantello superiore, in una zona della terra compresa tra i 30 e i 300 Km.
Il risultato finale (disponibile gratis sui Proceeding of National Academy of Science ) e' piuttosto affascinante: alle condizioni di pressione e temperatura del mantello e' possibile trasformare il metano in catena di idrocarburi. Risultato non ovvio, visto che in condizioni di pressione "normali" e sopra i 800 Kelvin, il metano tende a separarsi in idrogeno e carbonio.

Questo non significa "petrolio senza fine", ma e' un tassello importante per capire i depositi di carbonio e idrocarburi nel pianeta. Problemi aperti rimangono come questi idrocarburi possano muoversi in superfice senza decomporsi o l' interazione con rocce di natura ferrosa o in generali con ossidi. E' possibile cioe' che le catene di idrocarburi possano distruggersi durante la depressurizzazione o per interazione con ossigeno, largamente presente nel mantello. Siamo cioe' lontani dal capire l' impatto sulle reali riserve di gas e petrolio, anche se diversi studi sul campo indicano l' esistenze di depositi di natura abiogenica (per esempio i depositi turchi del "Olimpic Chimaera fire"). Una ipotesi e' per esempio il trasporto tramite fratture mantello-crosta, ipotesi pero' da verificare.

Studi del genere non salveranno la specie umana, ma aiuteranno a capire il pianeta nella sua interezza, pianeta in fondo che e' l' unico che abbiamo.

Edit: un interessante commento al lavoro si puo' trovare anche qui

mercoledì 20 ottobre 2010

Uranio




Il nucleare sembra tornare di moda nei giornali, nelle promesse di vari politici e piani energetici di varie nazioni. Con una interessante strategia di immagine, il nucleare viene proposto nelle discussioni su energia e ambiente come l' unica vera alternativa al petrolio, a quasi-zero emissioni di CO2. Nell' ultima conferenza Goldmsmith "Eart, Energy and the Environment", la sessione di apertura e' stata dominata dal senatore Lamar Alexander (repubblicano) che con entusiasmo messianico cercava di convincere la platea di quanto "verde" fosse il nucleare. Esistono anche gruppi ambientalisti "Environmentalist for Nuclear Energy" a sostegno di un ritorno del nucleare su vasta scala.
La tentazione di prendere posizioni di tipo ideologico di fronte al nucleare e' piuttosto facile. L' immaginario collettivo e' stato nutrito per anni di immagini di distruzione e morte evocate dalla parola nucleare.
Nel mio tentativo di capire se realmente il nucleare sia una strada percorribile, ho cercato di isolare quelli che sono i punti cruciali per rilancio su vasta scala

- La materia prima: estrazione, trasporto, arricchimento
- Smaltimento delle scorie e smantellamento vecchi impianti
- Sicurezza degli impianti, delle miniere e delle scorte
- Costo economico per kilowattora

Dedichero' un post a ciascuno dei punti, nei limti dei miei ricordi sbiaditi di fisica nucleare e mancanza spesso di oggettivita'. Le quattro questioni sono legate tra di loro e costituiscono piu' un problema di natura politico-economico che scientifico-tecnologico. In un mondo ideale, senza guerre, terrorismo e avidita' si potrebbe discutere dell' opzione nucleare con lungimiranza, senza escluderla a priori o proporla come panacea per tutti i mali. Nel mondo reale invece uno dei problemi centrali e' il doppio utilizzo che tecnologie nucleari possono avere: costruire bombe o centrali. Negare che esistano gruppi di persone, piu' o meno squilibrate, disposte a usare tecnologie nucleari (in senso esteso) per scopi terroristici e' negare la realta'. Un esempio storico viene dalla setta Aum Shikiro in giappone: negli anni 90 acquistarono una miniera di uranio in Australia e pagarono tecnici russi per l' arrichimento dell' uranio, primo step per costruzione di un ordigno che potesse essere dare inizio ad una nuova apocalisse. Non ci riuscirono per pura casualita' e fretta (il capo voleva la bomba subito, come conferma di una sua profezia...) e si accontentarono nel 1995 di usare il gas sarin nella metropolitana di Tokio, uccidendo una decina di persone. Se si pensa che l' AIEA (agenzia internazionale per il controllo sul nucleare), con sede a Vienna, ha meno dipendenti della polizia municipale di Vienna stessa, si puo' capire come al momento manchi una vera struttura di controllo su scala globale. La discussione sulla sicurezza legata ai primi tre punti di sopra torna ad essere puramente politica.

Un libro che affronta in modo organico e semplice parte del problema e'
"Uranium: War, Energy and the Rock That Shaped the World"

Il libro e' scritto con grande cura, unendo insieme aspetti scientifici e politici in modo mai banale o noioso. Una estesa bibliografia supporta ogni capitolo. Il libro copre un arco temporale che va dalla scoperta dei primi giacimenti nella repubblica Ceca, fino ai giorni nostri, chiamati "The Uranium Renaissance". Il punto centrale del libro e' proprio il minerale e la sua estrazione e come la sua scoperta o ricerca abbia cambiato la sorte di nazioni (e in fondo della storia del secolo scorso).
Una lettura che unisce elementi da romanzo di spie (il capitolo per esempio dell' atomica Israeliana o Pakistana), insieme a vicende da Far West, come la corsa all' Uranio in Utah. Da leggere, prima che la propaganda ecologista pro-nucleare si spinga troppo oltre...

venerdì 24 settembre 2010

Stare a galla




La cronaca estiva e' di solita piena di tragedie domesticobalneari.
Omicidi passionali, anziani abbandonati in salotto, storie di gelosia e
incidenti balneari. I morti affogati hanno sempre una certe risonanza, ancora di piu' se nella storia c'e' un dramma familiare. Il luogo e' di solito
un lago in montagna troppo freddo o una vasca per irrigazione troppo
scivolosa. Le storie appaiono sempre uguali, con qualche cambio di soggetti. Non si puo' chiedere troppo ad Agosto, pure la cronaca va in vacanza.
A leggerle di solito si risvegliava in me un cinico senso di selezione della specie "stupidi!, se non sanno nuotare stiano a riva!". Finche' due settimane fa' non ho rischiato di apparire in cronaca pure io, insieme ad Antonio. La cosa avrebbe fatto la gioia della Nuova Sardegna e dei giornali locali, un po' meno quella di parenti e amici.

Dopo una camminata, decidiamo di rilassarci sulle rive di Eagle Lake, un piccolo laghetto di montagna con un' isola al centro. Siccome mi viene l' ansia a stare fermo, propongo di nuotare fino all' isola. Saranno duecento metri in tutto. Le mie doti natanti sono scarse, ma alla peggio mi metto a pancia sopra e galleggio, mi dico.

Antonio indossa un costume dei tardi anni sessanta, ereditato forse da babbo. L' elastico del suo costume e' un vago ricordo cosi' decide di toglierselo e nuotare nudo, per lo sgomento delle famiglie puritane tutte intorno. Io il costume melo tengo (risale solo agli anni novanta e l' elatico regge...).

Dopo abluzioni fantozziane ci buttimao in acqua. Raggiungiamo con poco stile l'isola. I timpani fanno male per il freddo e uno dei due pure fischia...brutto segno. L' acqua e' sui 15 gradi e pure muovendosi non riesco a scaldarmi. Antonio ha gli stessi sintomi.

Decidiamo di tornare a riva. E qui l' inatteso. A meta' strada perdo completamente orientamento. tento di mettermi a pancia in su', fare "il morto" e non ci riesco...o forse ci stavo riuscendo benissimo! non capisco dove sia l' alto e il basso e inizio allegramente a bere acqua. Il collo e le orecchie fanno un male porco e sento solo un fischio acuto. Vedo Antonio un po' piu' avanti che ha gli stessi problemi. La cosa assurda e' che mi viene da ridere, perche', in un attimo di sdoppiamento, vedo la scena da fuori. Io ho gli occhi dilatati come un vitello, Antonio rigirandosi nell' acqua mostra il suo sedere all' aria.

Dopo dieci secondi di esperienza transcorporea, capisco che sarebbe proprio da stronzi affogare in quel modo! riesco a capire dove sono, fissando una cima intorno. Con sommo sforzo mi porto dove si tocca ... salvo! anche Antonio, dieci metri piu' in la', ha raggiunto la riva melmosa.

Ridiamo entrambi, mentre Antonio corre nelle frasche per coprirsi...
Esperienza quasi surreale, monito per un cinico che la selezione naturale degli stupidi e' sempre in agguato...

martedì 27 luglio 2010

l' opzione pinatubo




Nell' Aprile del 1815 l 'eruzione del monte Tambora in Indonesia mando' in orbita un getto di diossido di zolfo alto circa 35 chilometri e formo' 200 milioni di tonnelate di gocce di acido solforico, disperse nell' atmosfera. Un' area di circa 400 mila Km quadri venne ricoperta da ceneri e 70 mila persone persero la vita. Le conseguenza dell' eruzione andarono al di la' dell' Indonesia. Il 1815 e' infatto passato alla storia come l' anno senza estate, con temperature sotto lo zero registrate in piena estate a New York o Londra. L'acido solforico e le ceneri rimasero nell' atmosfera e schermarono i raggi del sole. La fredda estate porto con se penuria di raccolti e quindi carestia.

Sembrerebbe questa una storia dell' inevitabile corso della Natura, sulla potenza degli elementi e sulla fragilita' dell' uomo. Invece e' anche il punto di partenza di una idea che da decenni scava nella testa di qualche scienziato, idea al centro di un recente e controverso dibattito: cambiare il clima e la temperatura del pianeta imettendo nell' aria sostanza di vario tipo in modo da riflettere la luce del sole.

L' idea non e' nuova. I sovietici avevano condotto esperimenti simili, con il sogno di rendere la Siberia un luogo abitabile e coltivabile. Ultimamente diversi dipartimenti federali hanno iniziato a finanziari studi sulla fattibilita' e i rischi.
Visto che (forse) il riscaldamento globale e' dovuto all' inquinamento dell' uomo, una buona idea e' sparare in aria ancora piu' sostanze nella speranza di avere l' effetto contrario.

Un libro uscito di recente - "Hack the planet" -cerca di presentare questo nuovo settore di ricerca noto come ingegneria climatica. L' autore cela mette tutta per dare un taglio avvincente e spiritoso al libro, ma forse avrebbe fatto meglio a scivere la meta' delle pagine e usare uno stile piu' coinciso. In mezzo a tante parole al vento, ne emerge pero' un quadro desolante che e' anche lo specchio di come spesso le questioni ambientali vengono risolte. Si cerca una soluzione momentanea e si lascia alle generazioni futuro il peso delle scelte.
Nonostante non si sappia molto sui rischi e gli squilibri di un simile approccio, in molti pensano che potrebbe essere una soluzione estrema se la temperatura continuera' ad aumentare.
Nel frattempo si potra' ancora guidare cento miglia per comprare un cartone di latte, mangiare 200 chili di carne all' anno e cambiare il cellulare ogni mese. Magari pero' indossando maschere a gas....

giovedì 17 giugno 2010

Serpenti e intrusi



Vivere in citta', stare in ufficio lontano dagli elementi naturali porta la mente umana all' atrofia. Ci si dimentica che non siamo gli unici esseri sul pianeta e si finisce per credere che l' uomo e' al vertice di una immaginaria piramide evolutiva costruita nel tempo solo per dare all' uomo diritto alla razzia del pianeta.

Mentre arrampicavo in un area un po' isolata, un serpente a sonagli e' sbucato da una fessura.
Il suono della coda aveva annunciato la sua presenza, ben prima che la mia debole vista potesse scovarlo. La prima reazione e' stata : "Cosa ci fai qui?!", ma poi, a pensare alla ferraglia che mi portavo addosso, alla mia pelle scottata dal sole e al mio desiderio di vincere la gravita' scalando, ho capito quanto stupida fosse la mia irritazone e meraviglia per questo incontro
rivelatore...

giovedì 21 gennaio 2010

Geni rubati


Questo e' il passo futuro dell' evoluzione!
Una lumaca, anzi una lumaca senza guscio, e' capace di mangiare un' alga, prenderne i geni, e "imparare" a fare la fotosintesi, diventando di fatto indipendente energeticamente.
In altre parole un ibrido tra pianta e animale, libero dalla ricerca del cibo.

Immaginate se si potesse fare sugli esseri umani... sarebbe la svolta!
Mai piu' code al supermercato, mai piu' tempo speso ai fornelli. Una semplice camminata sotto il sole basterebbe a ridarci la carica, all' infinito, o quasi.

La storia pero' ha anche un aspetto oscuro... e se i geni contenuti nel cibo che mangiamo, per qualche arcano motivo, riuscissero ad attivarsi nelle nostre cellule?
Tutti i mangiatori di carne si trasformerebbe in meta-maiali, meta-mucche, meta-agnelli... e magari finire per sbaglio in una gabbia sovraffolata...

Quella della foto e' ancora una lumaca standard, ancora schiava della ricerca di cibo e dei beni
materiali

sabato 15 agosto 2009

Ginestra





Vulcani spenti, lande desolate spazzate dalla furia di passate eruzioni, zolfatare ancora attive e boschi rigogliosi su terra lavica scura. Lassen volcanic Park, ovvero come fare un salto indietro nel tempo e vedere dal vivo ere geologiche e sconvolgimenti della terra racchiusi sul fianco di una montagna o su una piana coperta di lava e cenere.
E mentre salivo sui fianchi sabbiosi di Cinder Cone - cono di cenere appunto - mi veniva in mente
tutto il tempo impiegato al liceo a commentare "La Ginestra" in modo noioso, finendo per odiare il povero Leopardi e riducendo la poesia a puro esercizio di disciplina intelletuale. Come del resto quasi tutto il sapere che cercavano di inculcarci nella testa spacciandolo per essenziale
per la nostra sopravvivenza da adulti. Molte delle cose apprese non sono state finora molto utili, segno quindi che l' eta' adulta e' ancora lontana



lunedì 1 giugno 2009

fine del mondo



Non e' certo un segreto la mia attrazione per scenari millenaristici, fine del mondo, disastri
ecologici, vendetta del pianeta terra contro il virus uomo... non che mi sia indifferente
passare la mia vecchiaia a lottare per un bicchiere di acqua potabile, anzi... trovo pero' che in queste scenari estremi
riemerga la natura piu' profonda ed istintuale degli esseri umani, nel bene e nel male. Una sorta di nocciolo primordiale
di istinti, passioni, bisogni, qualita' e difetti spesso cancellati o tenuti sotto controllo dal modo in un cui viviamo.

Che c'entra tutto questo con un tranquillo fine settimana sulla Sierra a cercare briciole di gloria tra granito e fessure poco
amichevoli?
niente apparentemnte, se non fosse che Domenica ho arrampicato per caso con un signore sui cinquanta, un reduce di Camp4 degli
anni d' oro, uno che ha salito Astroman e The Rostrum negli anni settanta, quando all' epoca erano considerate le vie piu' dure
del Nord America e non solo.
Insomma tra un tiro e l' altro mi sono goduto i racconti di quell' epoca pioneristica, i gossip di Camp4, i disturbi e le
abberrazioni mentali di un gruppo di giovani che pensavano all' epoca di essere il centro del mondo.
Salutandoci al parcheggio, mi ha dato il suo biglietto da visita, con uno strano sito
www.whentechfails.com
ehmmm ho pensato, sara' mica uno di quei cristiani fondamentalisti anti scienza?
Ritornato a casa ho poi invece scoperto di avere arrampicato con uno scrittore-ingegnere-scienziato che si e' occupato e si occupa
di ambiente e che ha pubblicato una specie di best seller su come sopravvivere al "dopo apocalisse"...
ahhh se lo avessi saputo prima! sarebbe stato il pomeriggio perfetto: granito, storie su Camp4, apocallise!