Ara sa terra, massaju, ca est ora de arare...
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sabato 17 dicembre 2011
Al di la del petrolio
Faccio spesso fatica a trovare libri degni di nota nella vasta letteratura su ambiente ed energia. Per lungo tempo sono stato (e in parto lo sono tuttora) accanito lettore del filone che definirei apocallito-cospiratore. La premessa in questo genere e' che il pianeta sia ormai sull' orlo del collasso totale (spesso a causa di oscure forze che tramano nell' ombra). Benche' i problemi sollevati siano reali e cruciali, uno dei limiti di simile letteratura e' la tendenza a piegare i dati per dimostrare di avere ragione, con una attitudine che definirei religiosa. Questa visione escatologica a me e' sempre piaciuta a priori, in parte per la falsa presunzione di essere uno di quelli capaci di salvarsi e prosperare. Confesso pero' che un simile approccio non aiuta la causa ambientalista.
Nella mia ricerca di fonti attendibili e di un approccio all' ambientalismo piu' razionale e scientifico, ho finito per imbattermi nella produzione giornalistica e divulgativa di Leonardo Maugeri, top manager di Eni. Anni fa' iniziai a leggere il suo libro "The Age of Oil: The Mythology, History, and Future of the World's Most Controversial Resource" con un iniziale scetticismo, causato dalla biografia professionale di Maugeri ("come puo' un uomo che lavora per una multinazionale essere attendibile!?") . Scoprii poi che i dati presentati, la bibliografia e l' impostazione del libro risultavano molto piu' solidi di molti scritti sul picco del petrolio e affini.
Nel suo ultimo libro "Beyond the Age of Oil: The Myths, Realities, and Future of Fossil Fuels and Their Alternatives" Maugeri offre una panoramica completa su tutta le fonti energetiche attualmente disponibili, la loro rilevanza sulla produzione presente e futura e il loro impatto ambientale. Ogni capitolo descrive in modo esaustivo una diversa fonte di energia, con tabelle, stime e una bibliografia soddisfacente. Si parte da petrolio, carbone e gas naturale, per poi coprire nucleare, biomasse, vento, solare e geotermico. La parte finale descrive possibili alternative energetiche e il ruolo dell' efficienza energetica. Molti dei dati presentati possono apparire ovvi per una persona esperta del problema energetici. Il libro pero' ha il pregio di offire un quadro generale partendo dal presupposto che, prima o poi, dovremmo andare oltre un paradigma energetico come quello attuale basato su petrolio e carbone. Questa esigenza nasce non dall' idea (scientificamente da provare) che il petrolio sta per finire ma dalla chiara evidenza dei danni ambientali che il presente uso di carburanti fossili sta causando. Il libro non lascia molti spazi a proclami di ottimismo e descrive un quadro generale molto serio. L' autore offre comunque una possibile speranza futura che viene dalla ricerca scientifica e da opportune decisioni politiche (per esempio tasse sulle emissioni di carbonio).
La mia limitata esperienza personale mi porta a dire che la sola scienza non potra' risolvere il problema e, mai come ora, la comunita' scientifica avrebbe bisogno di una maggiore coesione e criteri guida provenienti dall' econonomia e dalla politica. La mia impressione e' che molte risorse siano ora impiegate su progetti che non avranno nessuna speranza di contribuire alla risoluzione del problema. Molti progetti finanziati vanno anche bene per pubblicare su una rivista scientifica, ma hanno poca rilevanza in termini concreti. Fare scienza puo' essere un' attivita' che porta ricchezza intelletuale, ma se il punto ora e' affrontare il problema energetico, penso che ci sia ampio spazio per conciliare meglio "sete di conoscenza" e la ricerca di soluzioni pratiche.
giovedì 17 novembre 2011
Popolazione Terra Sette Miliardi
Grafico andamento popolazione mondiale (fonte Wikipedia).Un ulteriore grafico animato puo' essere trovato qui
La popolazione del pianeta sta per raggiungere i sette miliardi di individui (secondo alcune stime abbiamo invece gia' passato questo traguardo). La notizia non sembra risquotere molta attenzione nelle prime pagine dei quotidiani, in un momento in cui molti giornali sono focalizzati su titoli bancari, crollo dell' euro e proteste in piazza di ogni sorta. Eppure l' idea di essere sette miliardi mi impensierisce di piu' che non lo spread con i titoli di stato tedeschi. La sfida per mia generazione e quelle future sara' soprattutto trovare un modo di garantire cibo ed energia per una popolazione in rapida crescita, con stili di vita in forte cambiamento (e non sempre in una direzione sostenibile). Anche ammettendo che la popolazione si stabilizzi intorno ai sette miliardi (nel grafico corrisponde ad una cifra tra la linea verde e la linea gialla), a leggere i numeri del fabbisogno energetico ci si rende conto che il problema e' enorme e al momento i progressi fatti sono stati minimi. Di solito la stabilizzazione della popolazione e' legata ad un miglioramento dello stile di vita e un diffuso accesso all' istruzione, soprattutto da parte delle donne (c'e' una connessione empiricamente provata tra livello di scolarizzazione e indice di fertilita'). Migliore stile di vita comporta pero' spesso un maggior consumo di risorse, riproponendo comunque il problema di accesso a fonti energetiche.
OECD: Organization for Economic Cooperation and Development.India e Cina per esempio non fanno parte dell' OECD: in generale
la crescita dei consumi e' nei paesi non OECD.
L' unita' di misura e' il British thermal unit (Btu).
Guardando i dati sulle fonti di energia ci si rende conto che le fonti definite come "rinnovabili" sono ancora una porzione esigua del totale. Se poi si considerano i dati di produzione di elettricita', appare in modo chiaro come gli sviluppi tecnologici fatti non siano sufficienti per affrontare la scala del problema. Gran parte della elettricita' e' prodotta ancora da carbone, mentre se analizziamo i numeri per la produzione di energia in genere, un fetta considerevole di umanita' ha come unica fonte energetica le biomasse (legno, sterco, rifiuti).
Ovviamente non esiste una risposta semplice al problema energetico e nemmeno un colpevole a cui addossare le responsabilita' (potremmo chiamare in causa lo stile di vita occidentale, ma lascio a dopo un simile discorso). Scienziati, giornalisti e politici che sbandierano "La Soluzione ultima" o sono in cattiva fede o non hanno ben chiaro l' ordine di grandezza dei numeri in gioco. Un cambio radicale nei modi di produzione dell' energia richiede forti investimenti, sia pubblici che privati, e non puo' avvenire solo per buona volonta' dei singoli. Un investitore punta di solito il suo denaro su una nuova tecnologia solo quando e' redditizia. Credo sia questo il cuore del problema. Finche' sara' conveniente usare carburanti fossili, non sara' possibile fare decollare altre fonti. Al contempo dire semplicemente "non usiamo piu' il petrolio", non e' una via possibile. Nei prossimi decenni avremo bisogno di una strategia di uscita dalla dipendenza da carburanti fossili, tenendo a mente che il petrolio rimane la risorsa piu' duttile e versatile su cui si sia basata la storia dell' umanita' negli ultimi cento anni. Guardando poi alla storia dell' industria petrolifera, un petrolio "costoso" ha finito per favorire nuovi investimenti e creazione di nuove tecnologie nello stesso settore degli idrocarburi, incrementando la resa dei giacimenti e la scoperta di nuovi. Per la sua densita' energetica, facilita di trasporto, ampio uso in varie produzioni industriali (fertilizzanti, medicinali, plastiche, metalli, cemento...) non sara' semplice trovare una tecnologia di rimpiazzo, capace di dare energia a piu' di sette miliardi di persone, senza distruggere il pianeta. Un petrolio piu' caro sembra essere una condizione necessaria per nuovi sviluppi tecnologici. Nonostante la mia vena apocallittica, penso sia possibile, ma rimando il mio ottimismo a qualche post futuro.
Nota: report completo puo' essere trovato al link dell' Energy Information Administration.
lunedì 10 ottobre 2011
Di addii, auto ed emissioni

Dopo tre anni e mezzo di onorato servizio, pare che la vecchia Camry non ne voglia sapere di ripartire. Sta li, di fronte al mio garage e fino ad ora nessuno dei tentativi fatti sembra riportare la vita nel motore.
L' impianto elettrico e' sempre stato il suo punto debole. Piu' di una volta ho vissuto momenti di panico in mezzo a neve, deserto o radure spopolate, nel tentativo di "fare contatto", fare in modo che i sensori che controllano il motore di avviamento funzionassero. La mossa segreta per ripartire era stata scoperta da Antonio, durante un viaggio a Bishop. La macchina non voleva ripartire e noi iniziammo a toccare tutti i possibili pomelli e bottoni, chiudere e aprire le porte, nel tentativo di trovare la giusta combinazione di contatti elettrici. Spendemmo due ore di puro delirio sulla statale 395. Ad un certo punto chiesi ad Antonio di scendere dalla macchina e mettersi nella stessa posizione in cui si trovava l' ultima volta in cui eravamo riusciti a ripartire. Lui mi rispose "Si, ma in quel momento stavamo mangiando dei donuts", come se avesse una qualche rilevanza. Alla fine Antonio capi' che bisognava sfiorare gentilmente il cambio nel mentre si girava la chiave.
Pagata mille e cento dollari, la macchina mi ha portato in giro per migliaia di chilometri, diventando di fatto parte della mia attrezzatura per la vita all' aria aperta. Dall' Oregon al Sud della California, e' stata un po' macchina e un po' appoggio logistico per dormire e mangiare.
E cosi' ora il dilemma. Tentare l' impossibile e resuscitarla? comprarne un' altra usata?
L' idea di una macchina nuova non mi ha mai sfiorato e l' unico motivo per cui ne comprerei una sarebbe per ragioni "ambientali", per un ipocrita desiderio di "inquinare di meno". A guidare si inquina sempre e i numeri delle emissioni sono sempre spaventosi. A leggere i depliant delle auto sembra pero' che la maggior parte dei nuovi veicoli siano "green", gentili con l' ambiente e a ridotte emissioni.
Ma chi decide in fondo quando una macchina e' a bassa emissione? in Europa ci pensa l' Unione Europea. Vengono fissati dei parametri e le case automobilistiche devono rispettarli per poter avere la certificazione. Il tutto sembrerebbe nobile e giusto, se non fosse che i test per il controllo delle emissioni vengono fatti in laboratorio e non su strada. In altre parole, il motore e' testato in condizioni ideali, al banco di prova, dove i cicli del motore sono ottimizzati per rispettare gli standard imposti. Cosa succederebbe invece se i test fossero fatti su strada? La risposta sta in questo recente studio finanziato dalla UE. I risultati dei test su strada danno risultati diversi e per alcuni tipi di emissioni la differenza e' notevole. Per esempio. la differenza di emissioni di anidride carbonica e' del 21% in piu', quello di ossido di azoto del 320% (ehmmm....).
Quindi non solo il senso di colpa non deve mai abbandonarci quando guidiamo un' auto "ecologica" ma dobbiamo pure ricordarci che in fondo queste definizioni sono arbritrie e soggette alla volonta' politica del momento. Dal Lunedi al Venerdi io uso solo la bici e rimpiango ancora i tempi in cui riuscivo ad andare ad arrampicare senza prendere l' auto...
Nota: ecco l' abstract dell' articolo.
"For obtaining type approval in the European Union, light-duty vehicles have to comply with emission limits during standardized laboratory emissions testing. Although emission limits have become more stringent in past decades, light-duty vehicles remain an important source of nitrogen oxides and carbon monoxide emissions in Europe. Furthermore, persisting air quality problems in many urban areas suggest that laboratory emissions testing may not accurately capture the on-road emissions of light-duty vehicles. To address this issue, we conduct the first comprehensive on-road emissions test of light-duty vehicles with state-of-the-art Portable Emission Measurement Systems. We find that nitrogen oxides emissions of gasoline vehicles as well as carbon monoxide and total hydrocarbon emissions of both diesel and gasoline vehicles generally remain below the respective emission limits. By contrast, nitrogen oxides emissions of diesel vehicles (0.93 ± 0.39 grams per kilometer [g/km]), including modern Euro 5 diesel vehicles (0.62 ± 0.19 g/km), exceed emission limits by 320 ± 90%. On-road carbon dioxide emissions surpass laboratory emission levels by 21 ± 9%, suggesting that the current laboratory emissions testing fails to accurately capture the on-road emissions of light-duty vehicles. Our findings provide the empirical foundation for the European Commission to establish a complementary emissions test procedure for light-duty vehicles. This procedure could be implemented together with more stringent Euro 6 emission limits in 2014. The envisaged measures should improve urban air quality and provide incentive for innovation in the automotive industry."
domenica 3 aprile 2011
Nucleare
Tempo fa promisi di scrivere dei piccoli post sul nucleare. In effetti avevo collezionato parecchio materiale, senze pero' riuscire a riorganizzarlo in modo organico e succinto. Vinto da un misto di pigrizia e mancanza di tempo, segnalo almeno un interessante studio fatto dal MIT sul futuro dei cicli del combustibile nucleare.
Alla luce di quanto accaduto in Giappone e dopo la lettura del report interdisciplinare del MIT, mi sembra chiaro che ci siano due aspetti che remano in direzione opposta e poco conciliabile
-la tecnologia nucleare e' relativamente giovane e sono necessari ancora studi per capire come usare in modo efficiente combustibile e processari gli scarti. La ricerca costa e ha tempi lunghi.
-la necessita' di "fare soldi" subito, di produrre energia a prezzi competitivi non va d'accordo con la sicurezza e la ricerca. Considerati i costi di costruzione, gestione e sicurezza degli impianti e smantellamento poi degli stessi, al momento il nucleare non e' una tecnologia in cui investirei il mio denaro.
Se una tecnologia per la produzione di energia ha bisogno di forti sovvenzioni statali per sopravvivere, significa che non e' matura ed e' giusto che venga accantonata (almeno nei suoi aspetti commarciali) fino a che non lo diventi. Solo nei casi di ampia disponibilita' del materiale primo (uranio), vasti spazi a bassa densita' demografica, penso che il nucleare possa essere gia' da ora una possibile fonte energetica.
Alla luce di quanto accaduto in Giappone e dopo la lettura del report interdisciplinare del MIT, mi sembra chiaro che ci siano due aspetti che remano in direzione opposta e poco conciliabile
-la tecnologia nucleare e' relativamente giovane e sono necessari ancora studi per capire come usare in modo efficiente combustibile e processari gli scarti. La ricerca costa e ha tempi lunghi.
-la necessita' di "fare soldi" subito, di produrre energia a prezzi competitivi non va d'accordo con la sicurezza e la ricerca. Considerati i costi di costruzione, gestione e sicurezza degli impianti e smantellamento poi degli stessi, al momento il nucleare non e' una tecnologia in cui investirei il mio denaro.
Se una tecnologia per la produzione di energia ha bisogno di forti sovvenzioni statali per sopravvivere, significa che non e' matura ed e' giusto che venga accantonata (almeno nei suoi aspetti commarciali) fino a che non lo diventi. Solo nei casi di ampia disponibilita' del materiale primo (uranio), vasti spazi a bassa densita' demografica, penso che il nucleare possa essere gia' da ora una possibile fonte energetica.
Carbonio profondo

Il petrolio e' un elemento centrale delle nostre esistenze. Non c'e' persona che viva nei paesi industrializzati che possa negare una dipendenza dagli idrocarburi (catene di carbonio e idrogeno, componente primaria del petrolio). Persino chi rifiuta il paradigma di trasporto basato sull' auto privata, deve piegarsi al fatto che il petrolio e' alla base di quasi tutte le produzioni industriali. Agricoltura e trasporti sono tra i settori dove questa dipendenza e' piu' accentuata. Nonostante il ruolo centrale che i composti del carbonio giocano nella nostra esistenza, abbiamo una conoscenza piuttosto scarsa del modo in cui il pianeta terra processi questo tipo di materiali. In altre parole non sappiamo molto dei cicli del carbonio, del modo cioe' in cui il carbonio e' distribuito nel pianeta e la natura ed estensione di questi giacimenti. Nessun progetto esplorativo e' andato mai sotto i 12 Km (la terra ha un raggio di 6000 Km), anche se esistono progetti di perforazione per arrire al Moho, la regione tra crosta e matello. Parecchio e' stato fatto per capire le interazioni crosta terrestre-atmosfera, ma ci sono ormai molte evidenze che il sistema Terra e' piu' complicato e scambi di sostanza tra atmosfera e mantello giochino un ruolo importante nei cicli del carbonio.
Il petrolio e' considerato un prodotto dell' effetto combinato di batteri e temperatura su materiale organico (piante e animali) che milioni di anni fa ricopriva il pianeta. Molteplici evidenze sembrano supportare questa teoria, anche se diversi punti rimangono aperti e non chiari. Una seconda formulazione considera il petrolio di origine abiogenica, cioe' derivante non da materiale organico ma dall' interazione di rocce con acqua. La teoria, formulata in URSS negli anni quaranta del secolo scorso, e' sempre stata considerata eretica e solo intorno agli anni novanta sono stati prodotti risultati scientificamente accurati che ne supportavano diversi aspetti.
Se pensiamo che metano (molecola con un solo atomo di Carbonio) e altri idrocarburi si trovano in pianeti privi di foreste o animali (Titano , Giove), non e' cosi' assurdo pensare che un meccanismo abiogenico possa avere generato una parte (seppur minima) del petrolio. Il punto centrale e' capire come, quanto e la rilevanza per scopi commerciali. Gli esperimenti ad alta pressione e temperatura (2000 gradi e 5 GPa) possono essere piuttosto complicati, cosi' simulare al computer le reazioni e' una valida alternativa. Negli ultimi due anni ho studiato come dal metano si potesse arrivare a formare catena di idrocarburi, simulando le condizioni del mantello superiore, in una zona della terra compresa tra i 30 e i 300 Km.
Il risultato finale (disponibile gratis sui Proceeding of National Academy of Science ) e' piuttosto affascinante: alle condizioni di pressione e temperatura del mantello e' possibile trasformare il metano in catena di idrocarburi. Risultato non ovvio, visto che in condizioni di pressione "normali" e sopra i 800 Kelvin, il metano tende a separarsi in idrogeno e carbonio.
Questo non significa "petrolio senza fine", ma e' un tassello importante per capire i depositi di carbonio e idrocarburi nel pianeta. Problemi aperti rimangono come questi idrocarburi possano muoversi in superfice senza decomporsi o l' interazione con rocce di natura ferrosa o in generali con ossidi. E' possibile cioe' che le catene di idrocarburi possano distruggersi durante la depressurizzazione o per interazione con ossigeno, largamente presente nel mantello. Siamo cioe' lontani dal capire l' impatto sulle reali riserve di gas e petrolio, anche se diversi studi sul campo indicano l' esistenze di depositi di natura abiogenica (per esempio i depositi turchi del "Olimpic Chimaera fire"). Una ipotesi e' per esempio il trasporto tramite fratture mantello-crosta, ipotesi pero' da verificare.
Studi del genere non salveranno la specie umana, ma aiuteranno a capire il pianeta nella sua interezza, pianeta in fondo che e' l' unico che abbiamo.
Edit: un interessante commento al lavoro si puo' trovare anche qui
mercoledì 20 ottobre 2010
Uranio

Il nucleare sembra tornare di moda nei giornali, nelle promesse di vari politici e piani energetici di varie nazioni. Con una interessante strategia di immagine, il nucleare viene proposto nelle discussioni su energia e ambiente come l' unica vera alternativa al petrolio, a quasi-zero emissioni di CO2. Nell' ultima conferenza Goldmsmith "Eart, Energy and the Environment", la sessione di apertura e' stata dominata dal senatore Lamar Alexander (repubblicano) che con entusiasmo messianico cercava di convincere la platea di quanto "verde" fosse il nucleare. Esistono anche gruppi ambientalisti "Environmentalist for Nuclear Energy" a sostegno di un ritorno del nucleare su vasta scala.
La tentazione di prendere posizioni di tipo ideologico di fronte al nucleare e' piuttosto facile. L' immaginario collettivo e' stato nutrito per anni di immagini di distruzione e morte evocate dalla parola nucleare.
Nel mio tentativo di capire se realmente il nucleare sia una strada percorribile, ho cercato di isolare quelli che sono i punti cruciali per rilancio su vasta scala
- La materia prima: estrazione, trasporto, arricchimento
- Smaltimento delle scorie e smantellamento vecchi impianti
- Sicurezza degli impianti, delle miniere e delle scorte
- Costo economico per kilowattora
Dedichero' un post a ciascuno dei punti, nei limti dei miei ricordi sbiaditi di fisica nucleare e mancanza spesso di oggettivita'. Le quattro questioni sono legate tra di loro e costituiscono piu' un problema di natura politico-economico che scientifico-tecnologico. In un mondo ideale, senza guerre, terrorismo e avidita' si potrebbe discutere dell' opzione nucleare con lungimiranza, senza escluderla a priori o proporla come panacea per tutti i mali. Nel mondo reale invece uno dei problemi centrali e' il doppio utilizzo che tecnologie nucleari possono avere: costruire bombe o centrali. Negare che esistano gruppi di persone, piu' o meno squilibrate, disposte a usare tecnologie nucleari (in senso esteso) per scopi terroristici e' negare la realta'. Un esempio storico viene dalla setta Aum Shikiro in giappone: negli anni 90 acquistarono una miniera di uranio in Australia e pagarono tecnici russi per l' arrichimento dell' uranio, primo step per costruzione di un ordigno che potesse essere dare inizio ad una nuova apocalisse. Non ci riuscirono per pura casualita' e fretta (il capo voleva la bomba subito, come conferma di una sua profezia...) e si accontentarono nel 1995 di usare il gas sarin nella metropolitana di Tokio, uccidendo una decina di persone. Se si pensa che l' AIEA (agenzia internazionale per il controllo sul nucleare), con sede a Vienna, ha meno dipendenti della polizia municipale di Vienna stessa, si puo' capire come al momento manchi una vera struttura di controllo su scala globale. La discussione sulla sicurezza legata ai primi tre punti di sopra torna ad essere puramente politica.
Un libro che affronta in modo organico e semplice parte del problema e'
"Uranium: War, Energy and the Rock That Shaped the World"
Il libro e' scritto con grande cura, unendo insieme aspetti scientifici e politici in modo mai banale o noioso. Una estesa bibliografia supporta ogni capitolo. Il libro copre un arco temporale che va dalla scoperta dei primi giacimenti nella repubblica Ceca, fino ai giorni nostri, chiamati "The Uranium Renaissance". Il punto centrale del libro e' proprio il minerale e la sua estrazione e come la sua scoperta o ricerca abbia cambiato la sorte di nazioni (e in fondo della storia del secolo scorso).
Una lettura che unisce elementi da romanzo di spie (il capitolo per esempio dell' atomica Israeliana o Pakistana), insieme a vicende da Far West, come la corsa all' Uranio in Utah. Da leggere, prima che la propaganda ecologista pro-nucleare si spinga troppo oltre...
mercoledì 10 dicembre 2008
Il costo della carne
Qualche numero per chiarire la ragione prima per cui vale la pena se non essere vegetariani o vegani, ridurre il consumo di carne in modo drastico.
Sul New Scientist apparve tempo fa un commento ad un articolo pubblicato su "Animal Science Journal" (numero 78, pag 424-432 2007).
Nell' Articolo un gruppo di ricercatori analizza in dettaglio quanto costa produrre un chilo di carne bovina . Ho scaricato e letto l' articolo (scrivetemi e ve lo spedisco via posta nel caso).
Il punto centrale e' riassunto nelle righe qui sotto
"It is showed that producing a kilogram of beef leads to the emission of greenhouse gases with a warming potential equivalent to 36.4 kilograms of carbon dioxide. It also releases fertilising compounds equivalent to 340 grams of sulphur dioxide and 59 grams of phosphate, and consumes 169 megajoules of energy. In other words, a kilogram of beef is responsible for the equivalent of the amount of CO2 emitted by the average European car every 250 kilometres, and burns enough energy to light a 100-watt bulb for nearly 20 days. "
E ancora
"The present results showed that the total contributions of one beef calf
throughout its life cycle to global warming, acidification, eutrophication and energy consumption were 4550 kg of CO2 equivalents, 40.1 kg of SO2 equivalents, 7.0 kg of phosphate (PO4) equivalents and 16.1 GJ, respectively."
Lo stile di vita dell' uomo occidentale medio e' ufficio-auto-divano-televisione-letto. La natura e' un vago ricordo. Lo sforzo fisico relegato (quando c'e') alla palestra e al finto muovere di pesi e carrucole. E' per me un sommo spreco sacrificare risorse per fornire energia pregiata a delle macchine/uomo che magari non vanno piu' manco a piedi al lavoro.
Una volta qualcuno (non ricordo la fonte) disse a proposito del petrolio che usarlo per alimentare le automobili e' come bruciare mobili Luigi XIV per scaldarsi.
Credo che una simile immagine possa essere trasferita all' uso delle pregiate proteine animali per alimentare la macchina-uomo.
Ogni cosa ha un prezzo. Dimenticarsi di quanto valgano realmente le cose o peggio farne pagare ad altri il prezzo e' l'essenza del sistema in cui viviamo. Un sistema che a me non piace.
Sul New Scientist apparve tempo fa un commento ad un articolo pubblicato su "Animal Science Journal" (numero 78, pag 424-432 2007).
Nell' Articolo un gruppo di ricercatori analizza in dettaglio quanto costa produrre un chilo di carne bovina . Ho scaricato e letto l' articolo (scrivetemi e ve lo spedisco via posta nel caso).
Il punto centrale e' riassunto nelle righe qui sotto
"It is showed that producing a kilogram of beef leads to the emission of greenhouse gases with a warming potential equivalent to 36.4 kilograms of carbon dioxide. It also releases fertilising compounds equivalent to 340 grams of sulphur dioxide and 59 grams of phosphate, and consumes 169 megajoules of energy. In other words, a kilogram of beef is responsible for the equivalent of the amount of CO2 emitted by the average European car every 250 kilometres, and burns enough energy to light a 100-watt bulb for nearly 20 days. "
E ancora
"The present results showed that the total contributions of one beef calf
throughout its life cycle to global warming, acidification, eutrophication and energy consumption were 4550 kg of CO2 equivalents, 40.1 kg of SO2 equivalents, 7.0 kg of phosphate (PO4) equivalents and 16.1 GJ, respectively."
Lo stile di vita dell' uomo occidentale medio e' ufficio-auto-divano-televisione-letto. La natura e' un vago ricordo. Lo sforzo fisico relegato (quando c'e') alla palestra e al finto muovere di pesi e carrucole. E' per me un sommo spreco sacrificare risorse per fornire energia pregiata a delle macchine/uomo che magari non vanno piu' manco a piedi al lavoro.
Una volta qualcuno (non ricordo la fonte) disse a proposito del petrolio che usarlo per alimentare le automobili e' come bruciare mobili Luigi XIV per scaldarsi.
Credo che una simile immagine possa essere trasferita all' uso delle pregiate proteine animali per alimentare la macchina-uomo.
Ogni cosa ha un prezzo. Dimenticarsi di quanto valgano realmente le cose o peggio farne pagare ad altri il prezzo e' l'essenza del sistema in cui viviamo. Un sistema che a me non piace.
giovedì 10 aprile 2008
Un grande Imbroglio
Repubblica riportava l'ennesimo aumento del petrolio...
"Benzina e gasolio aumentano ancora: 1,398 la verde, 1,367 il diesel. Intanto, a New York si registra un nuovo record storico del petrolio dopo le pessime previsioni sulle scorte di greggio degli Stati Uniti. Il contratto di riferimento sul Nymex, il light sweet crude con consegna a maggio, è salito a 111,8 dollari al barile con un balzo di 3,26 dollari al barile rispetto alla chiusura di ieri".
e pero' oggi un entusiasta titolo sembrava riportare il livello di paura collettiva nei giusti parametri, rasserenando il lettore con l' arrivo dell' idrogeno in terra di puglia...
La storia dell' idrogeno come panacea per la nostra voracita' di energia e' una grandissima stronzata o truffa... l' idrogeno e' un vettore di energia, nel senso che e' un modo per trasportare energia e per produrlo servono altre fonti. Cosi' che gridare "usiamo l' idrogeno" serve a poco se poi non si trova un metodo per produrlo realmente efficiente dal punto di vista energetico. In realta' quella di confondere un vettore di energia con una sorgente di energia, si inserisce in un "filone di pensiero" piuttosto diffuso, che tenta di spacciare come energie pulite, quelle che pulite non sono. Tra queste truffe quella che piu' mi spaventa sono i bio carburanti, ovvero produrre combustibili dalla fermentazione di prodotti organici, in particolari mais e canna da zucchero...
Consiglio la lettura di questo articolo, che condensa e chiarisci bene gli aspetti del problema.
Si stanno radendo aree selvagge per fare posto a campi di soia, visto che i vecchi produttori di soia preferisco produrre mais per biocarburanti, il prezzo dei generi alimentari -grano, riso- sta aumentando in modo vertiginoso (rivolte in messico e Pakistan), le emissioni finali di CO2 non diminuiscono, visto che per l' agricoltura sono fondamentali derivati del petrolio o l' uso di macchinari e che la scomparsa delle foreste o aree selvagge fa si che non venga compensato la CO2 emessa.
Si continua a sviare il problema, quello dei consumi troppo elevati, sperando che improbabili ricette "scientifiche" riportino la calma e la serenita' e che la transizione ad un mondo senza petrolio sia indolore e liscia, che' tanto si trovera' qualcos' altro da bruciare e la colpa non e' mai nostra...forse oggi mi sono svegliato storto, ma no, tutto fuorche' indolore sara'
la fine del petrolio...
"Benzina e gasolio aumentano ancora: 1,398 la verde, 1,367 il diesel. Intanto, a New York si registra un nuovo record storico del petrolio dopo le pessime previsioni sulle scorte di greggio degli Stati Uniti. Il contratto di riferimento sul Nymex, il light sweet crude con consegna a maggio, è salito a 111,8 dollari al barile con un balzo di 3,26 dollari al barile rispetto alla chiusura di ieri".
e pero' oggi un entusiasta titolo sembrava riportare il livello di paura collettiva nei giusti parametri, rasserenando il lettore con l' arrivo dell' idrogeno in terra di puglia...
La storia dell' idrogeno come panacea per la nostra voracita' di energia e' una grandissima stronzata o truffa... l' idrogeno e' un vettore di energia, nel senso che e' un modo per trasportare energia e per produrlo servono altre fonti. Cosi' che gridare "usiamo l' idrogeno" serve a poco se poi non si trova un metodo per produrlo realmente efficiente dal punto di vista energetico. In realta' quella di confondere un vettore di energia con una sorgente di energia, si inserisce in un "filone di pensiero" piuttosto diffuso, che tenta di spacciare come energie pulite, quelle che pulite non sono. Tra queste truffe quella che piu' mi spaventa sono i bio carburanti, ovvero produrre combustibili dalla fermentazione di prodotti organici, in particolari mais e canna da zucchero...
Consiglio la lettura di questo articolo, che condensa e chiarisci bene gli aspetti del problema.
Si stanno radendo aree selvagge per fare posto a campi di soia, visto che i vecchi produttori di soia preferisco produrre mais per biocarburanti, il prezzo dei generi alimentari -grano, riso- sta aumentando in modo vertiginoso (rivolte in messico e Pakistan), le emissioni finali di CO2 non diminuiscono, visto che per l' agricoltura sono fondamentali derivati del petrolio o l' uso di macchinari e che la scomparsa delle foreste o aree selvagge fa si che non venga compensato la CO2 emessa.
Si continua a sviare il problema, quello dei consumi troppo elevati, sperando che improbabili ricette "scientifiche" riportino la calma e la serenita' e che la transizione ad un mondo senza petrolio sia indolore e liscia, che' tanto si trovera' qualcos' altro da bruciare e la colpa non e' mai nostra...forse oggi mi sono svegliato storto, ma no, tutto fuorche' indolore sara'
la fine del petrolio...
domenica 16 marzo 2008
Decrescita e sensi di colpa
Da anni cerco di seguire nella mia quotidianita' i dettami della decrescita, riducendo al minimo i consumi o riflettendo con cura su cosa comprare e consumare. I maligni sghignazzano, dicendo che in fondo ho solo dato una copertura economico-politico ad una atavica tendenza alla moderazione o al risparmio tipica delle mie origini contadine. L' idea di una esistenza a impatto zero e' diventato un progetto molto arduo da quando vivo in California, nonostante su molto giornali questa terra venga descritta all' avanguardia per politiche ambientali. Dopo una notte passata allo Sheraton di Dallas, a spesa di American Airlines, in un albergo immenso tenuto a temperature polari, pieno di tutto l' inutile immaginabile, il senso di colpa mi ha portato a scrivere queste righe.
In ogni momento della mia giornata devo venire a compromessi con quello che invece sarebbe lo stile di vita giusto e il risultato finale e' un misto di senso di colpa e di superiorita' per le scelta del quotidiano. La scelta vegetariana e' facilmente praticabile. Posso comprare prodotti agricoli coltivati localmente, pure biologici. Eliminare la carne, le uova e il latte non e' particolarmente complicato. Non compro da una vita prodotti surgelati o inscatolati. Cerco di limitare al massimo i prodotti alimentari che hanno subito trasformazioni. Tutto semplice finche' non si decide di mangiare fuori o di mettere il naso fuori dalla California.... sono stato per esempio la settimana scorsa a New Orleans e mi sono piegato mangiare il pesce, unica opzione a basso impatto (li il piatto tipico e' l' alligatore, allevato in batteria come i polli...). Nel resto degli stati uniti l' opzione cibo a basso impatto e' una chimera. L'altra complicazione e' la vita mondana-sociale: bere un caffe' in compagnia implica che devi sobbarcarti il costo ambiantale di contenitore in plastica e cartone, visto che e' rara l' opzione della tazza in ceramica. insomma se abbassi il livello di guardia finisci subito per inquinare. La vera nota dolens sono i trasporti. Uso la bici ogni giorno, ma basta un solo volo per vanificare ogni sforzo quotidiano. Nelle ultime ventiquattro ore, dieci le ho trascorse su di un aereo: pare che non ci sia alternativa per andare da un posto ad un altro, se non quella di stare fermi nello stesso posto. Forse la tecnologia potrebbe limitare di molto i viaggi, ma pure li' ci sarebbe comunque il costo ambientale per produrre la tecnologia stessa. Il trasporto pubblico e' inesistente o quasi e la geometria dei luoghi e' disegnata sulle esigenze dell' automobilista e non del ciclista-pedone. Benche' io non usi il riscaldamento e non abbia il condizionatore, la quantita' di energia elettrica che va via per il mio lavoro, per far funzionare i cluster su cui brucio cpu, pareggia ampiamente il conto finale (basta entrare una volta in una sala macchine di un centro di calcolo, per avere idea dell' energia spesa per produrre cifre significative in un conto...).
Insomma nonostante abbia cercato di fare dell' essenziale e del vuoto il mio
faro guida nelle scelte dello stile di vita, a guardare bene ci vorrebbero comunque tre pianeta terra e mezzo se tutti facessero il mio stile di vita...
http://www.earthday.net/footprint/
il dramma e' che non so pero' su cosa tagliare, a meno di non decidere di cambiare lavoro e fare vita ritirata e fortemente stanziale. Anche andare ad arrampicare in posti lontani incide in modo negativo sul bilancio finale.
Un amico, a cui ho fatto l' errore di regalare Collapse di J. Diamond
si e' cosi convinto che ormai tanto vale bruciare tutto e in fretta, cosi' ci togliamo il pensiero... credo che un quinto del genere umano sia seguendo questo consiglio, pure senza avere letto il libro. L' Apocalisse e' forse vicina... non cavalette ma orde di consumatori obesi ne sono un segno...
In ogni momento della mia giornata devo venire a compromessi con quello che invece sarebbe lo stile di vita giusto e il risultato finale e' un misto di senso di colpa e di superiorita' per le scelta del quotidiano. La scelta vegetariana e' facilmente praticabile. Posso comprare prodotti agricoli coltivati localmente, pure biologici. Eliminare la carne, le uova e il latte non e' particolarmente complicato. Non compro da una vita prodotti surgelati o inscatolati. Cerco di limitare al massimo i prodotti alimentari che hanno subito trasformazioni. Tutto semplice finche' non si decide di mangiare fuori o di mettere il naso fuori dalla California.... sono stato per esempio la settimana scorsa a New Orleans e mi sono piegato mangiare il pesce, unica opzione a basso impatto (li il piatto tipico e' l' alligatore, allevato in batteria come i polli...). Nel resto degli stati uniti l' opzione cibo a basso impatto e' una chimera. L'altra complicazione e' la vita mondana-sociale: bere un caffe' in compagnia implica che devi sobbarcarti il costo ambiantale di contenitore in plastica e cartone, visto che e' rara l' opzione della tazza in ceramica. insomma se abbassi il livello di guardia finisci subito per inquinare. La vera nota dolens sono i trasporti. Uso la bici ogni giorno, ma basta un solo volo per vanificare ogni sforzo quotidiano. Nelle ultime ventiquattro ore, dieci le ho trascorse su di un aereo: pare che non ci sia alternativa per andare da un posto ad un altro, se non quella di stare fermi nello stesso posto. Forse la tecnologia potrebbe limitare di molto i viaggi, ma pure li' ci sarebbe comunque il costo ambientale per produrre la tecnologia stessa. Il trasporto pubblico e' inesistente o quasi e la geometria dei luoghi e' disegnata sulle esigenze dell' automobilista e non del ciclista-pedone. Benche' io non usi il riscaldamento e non abbia il condizionatore, la quantita' di energia elettrica che va via per il mio lavoro, per far funzionare i cluster su cui brucio cpu, pareggia ampiamente il conto finale (basta entrare una volta in una sala macchine di un centro di calcolo, per avere idea dell' energia spesa per produrre cifre significative in un conto...).
Insomma nonostante abbia cercato di fare dell' essenziale e del vuoto il mio
faro guida nelle scelte dello stile di vita, a guardare bene ci vorrebbero comunque tre pianeta terra e mezzo se tutti facessero il mio stile di vita...
http://www.earthday.net/footprint/
il dramma e' che non so pero' su cosa tagliare, a meno di non decidere di cambiare lavoro e fare vita ritirata e fortemente stanziale. Anche andare ad arrampicare in posti lontani incide in modo negativo sul bilancio finale.
Un amico, a cui ho fatto l' errore di regalare Collapse di J. Diamond
si e' cosi convinto che ormai tanto vale bruciare tutto e in fretta, cosi' ci togliamo il pensiero... credo che un quinto del genere umano sia seguendo questo consiglio, pure senza avere letto il libro. L' Apocalisse e' forse vicina... non cavalette ma orde di consumatori obesi ne sono un segno...
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