Ara sa terra, massaju, ca est ora de arare...



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sabato 19 maggio 2012

Smith Rock. Ovvero di appuntamenti al buio, di forum on line e del sacro fuoco che consuma.



"Mi chiamo Leonardo e non arrampico da una settimana". Gli altri uomini seduti in cerchio si alzano in piedi dalle loro sedie pieghevoli, applaudono e vengono ad abbracciarmi.  La stanza e' vuota, eccetto per un poster sgualcito che proclama " La montagna si puo' vivere in tanti modi" e mostra tre uomini e tre donne che mangiano la loro merenda su un prato alpino, alla base di una parete verticale. La seduta degli Arrampicatori Anonimi e' iniziata da qualche minuto, con il rito delle presentazioni e io mi sento gia' terribilmente a disagio. Mi guardo intorno, fisso le nocche callose delle mani degli altri "anonimi", dondolo un po' sulla sedia, stiro le gambe, la sedia si sbilancia indietro e sto per cadere  quando invece mi risveglio di soprassalto... era solo un sogno o incubo. Non ci sono
Arrampicatori Anomini, non c'e' nessuna stanza vuota ne gruppo di supporto, sono solo io nella mia tenda, satura di condensa e di odore di scarpette, nel pianoro ai margini del parco di Smith Rock. 

Anche senza gruppo di supporto, ogni tanto dico a me stesso che e' possibile vivere felici senza arrampicare.  Mi ripeto che milioni di persone vivono serene esistenze senza mai toccare roccia, mi autoflagello ricordandomi che in fondo io non sono un arrampicatore forte e quindi tanto vale smettere. Ma niente. Il sacro fuoco rimane li, sempre acceso, nonostante vari tentativi di tenerlo a bada o fare finta che non emani vita e calore. Ogni tanto riesco ad anestetizzarmi con la corsa e con la bici, ma e' un po' come curare una dipendenza con una di diverso tipo. Perche', piu che il gesto atletico, so bene che e' il desiderio della scoperta di posti nuovi a tenere acceso il fuoco. Cosi' giorni fa, in preda ad astinenza, mi sono ritrovato a cercare un compagno nella temuta sezione di un forum di montagna dedicata ai disperati in cerca di qualcuno con cui arrampicare. Temuta perche'  sui forum non sai mai chi sia la persona che risponde ne quanto possa essere affidabile. E' un po' come cercare l' amore su un sito di incontri e avere un incontro al buio con una sconosciuta.

Giorni fa avevo gia' usato la tecnica del biglietto in palestra (trovando un compagno per una gita di un giorno) ed ero ormai pronto a provare la tecnica dell' agguato al parcheggio (gia' descritta in un altro post).  Un arrampicatore (che chiamero' AS), aveva negli anni raffinato la tecnica dell' agguato, piombando all' improvviso su sconosciuti e costringendoli con l' inganno e il raggiro a fargli sicura. Privo di macchina, AS negli anni della adolescenza, era in grado di andare a piedi alla Muraglia ad Osilo, e poi ottenere una sicura praticamente da chiunque fosse in grado di muovere le mani. Speravo quindi di potere usare il sapere trasmesso da AS anche nel mio caso. Smith Rock era nella lista dei posti in cui avrei voluto arrampicare ormai da anni e vista la distanza da Portland, non potevo perdere questa occasione. L' idea di guidare tre ore e poi aspettare che qualche anima pia si presentasse  non mi allettava per niente. Con pochi giorni in citta' non c'era nemmeno il tempo di creare una rete di contatti, cosi'  non restava che il forum come ultima spiaggia.

    AS era riuscito a piegare le sue doti di illustratore al
      servizio dell' arrampicata, catturando cosi' con l' inganno di
     sgargianti colori e segrete tecniche comunicative una schiera
 di "schiavi da sicura"

Cosi' mi do appuntamento con uno sconosciuto all' ingresso del parco per due giorni  a Smith Rock. Stretta di mano, pochi convenevoli e poi iniziamo ad annusarci a vicenda con qualche domanda casuale. Decidiamo di iniziare su qualcosa di facile e nell' aria e' palpabile la diffidenza iniziale. "Vuoi andare da primo?", "Non c'e' problema. Prima tu", "No, prima tu... figurati...".

Smith Rock e' il posto in cui gli Americani capirono forse per la prima volta che cosa fosse l' arrampicata sportiva.  Ci misero un po' di tempo a digerire il concetto e solo nel 1986  iniziarono a usare il trapano a batterie per aprire le vie. Merito soprattutto di alcune visite che un gruppo di arrampicatori francesi (Jean Baptiste Tribout tra tutti) fece verso la meta degli anni ottanta. I Francesi (usando un eufemismo) "spaccarono i culi" e saliro diverse vie, all' epoca tra le piu' dure  in Nord America. Gli arrampicatori locali capirono cosi' che era tempo di evolversi e iniziarono ad usare tecniche tipiche dell' arrampicata sportiva fino a quel momento sconosciute o derise (per esempio lasciare i rinvii piazziati per tentare una via dura, chiodare dall' alto).  In fondo poi la roccia a Smith Rock non e' certo il granito di Yosemite e ad una prima ricognizione gli amanti del granito o del calcare compatto potrebbero quasi inorridire. Si tratta infatti di roccia vulcanica (tufo per lo piu') con piccoli buchi e fessure dove piazzare protezioni puo' essere veramente difficile. Le prime vie aperte dal basso, con il pianta spit avevano distanze siderali tra due protezioni, proprio perche' piazzare uno spit a mano spesso era peggio del rischio di un volo lungo. Alcune vie sono state purtroppo richiodate con criteri moderni, ma molte mantengono la distanza originale tra le protezioni.

Guardo il primo spit, a circa otto metri da terra  e il dubbio morale mi tormenta: usare o no il bastone per mettere il primo rinvio (strumento noto anche come coniglio). Il mio compagno ne ha uno che si allunga fino a dieci metri e pare non abbia nessuna remora morale nell' usarlo.  Mi piego a tale orrore e giusto sotto lo spit mi accorgo che il passaggio duro e' prima della protezione e benedico cosi'  di avere messo da parte lo stile maschio di arrampicata... Nei due giorni a Smith Rock confesso di avere preso parecchie bastonate sui denti e solo alla fine ho iniziato a sentire la roccia nel modo giusto e a leggere le misteriose sequenze tra i buchi. Sarebbe stato meglio non volare, chiedere un resting in meno, salire qualche via in piu' al primo colpo.. ma in fondo penso che importa poco. Mentre guido verso Portland mi sento rilassato, risalgo con l' immaginazione le vie salite e mi ripeto che adesso posso non arrampicare almeno per un po'. Poi arrivo a casa e mi rimetto a cercare sul forum se ci sia qualcuno disponibile... giusto per curiosita' pero'...  





domenica 8 aprile 2012

Primavera a Yosemite



Primavera non bussa, lei entra sicura
Come il fumo lei penetra in ogni fessura
ha le labbra di carne e i capelli di grano
che paura, che voglia che ti prenda per mano
che paura, che voglia che ti porti lontano 
(Un Chimico, F. de Andre' )

martedì 8 novembre 2011

L'innocente, l' ignorante, l' insicuro






Traduzione del pezzo originale di Jim Bridwell, apparso su
Ascent, Volume 2 Numero 1, Luglio 1973 ( versione in inglese si trova al link)
E' un articolo storico che forse non frega a nessuno di leggere, visto che l' arrampicata moderna va in ben altra direzione. Considerati poi i veri problemi che attanagliano il pianeta e le singole esistenze umane, tutto questo spreco di inchiostro appare forse esagerato. Chi leggera' l' articolo con cuore puro e mente aperta, sapra' pero' ritrovare nell' articolo di Bridwell diversi aspetti ancora presenti in molte discussioni sull' arrampicata e magari trarre qualche spunto di riflessione.

La traduzione ogni tanto non e' letterale, causa difficolta' a tradurre alcune espressione idiomatiche. Spero solo di non violare nessuna legge sui diritti d' autore (la rivista non esite piu' da un pezzo) e non finire al gabbio...

Per farmi perdonare di tutte queste pippe intelletualoidi lascio il link a qualche foto di una delle ultime gite a Yosemite, su due vie "plaisir" ("Absolutely Free" e' un buon esempio di quello di cui parla Bridwell nell' articolo, una via impegnativa data come al solito 5.9).


Ascesa e declino del Yosemite Decimal Sytem

Abbassare il grado di difficolta' di una via e' una pratica insidiosa, ma non e' purtroppo un fenomeno nuovo nel mondo dell' arrampicata. E' una lunga storia, ma ha da poco guadagnato popolarita' a Yosemite. Le motivazioni dietro l' abbassare il grado sono varie, ma i risultati rimangono gli stessi, una mancanza di attendibilita' del linguaggio comune dell' arrampicata.
Chi diminuisce il grado di una via appartiene a tre generi distinti: l' innocente, l' ignorante e l' insicuro. Non siamo particolarmente preoccupati della prima categoria poiche' e' rara. Ci si puo' prendere cura del secondo tipo con l' educazione. Il terzo tipo e' estremamente difficile da rimediare, essendo basato su una immaturita' caratteriale, le cui radici sono alla base degli istinti di tutti gli individui. La scala decimale di Yosemite e' fondata sull' accettazione di un sistema di valutazione di singole vie creato dai padri fondatori di tale scala. Perche' il sistema abbai senso, e' necessario rispettare il metodo di valutazione che ne e' alla base. Le unita' di tempo non cambiano perche' qualcuno corre un miglio piu' veloce di altri. Si genererebbe il caos se ognuno avesse un orologio con una diversa misura del tempo. Non e' possibile fare affidamento su un sistema di misura a meno che non ci si attenga ad esso. Dare il grado ad una via e' un processo relativamente astratto. Una gradazioni giusta implica l' obbligo morale, da parte dell' arrampicatore, di essere il piu' accurato possibile. Un arrampicatore che abbassa il grado di difficolta' di una via sta dichiarando che e' migliore di un altro arrampicatore. E' una pratica vecchia quanto il mondo. Se un arrampicatore dice che una via e' 5.9 e un altro dice che e' 5.10, allora il prima arrampicatore dovra' essere migliore. Questo e' un esempio di competitivita' individuale in arrampicata. L' onore del gruppo, o istinto del branco, si manifesta la dove un' intera area viene sottogradata. Gli arrampicatori qui sono migliori di quelli in un altro posto, perche' le vie qui sono gradate in modo piu' severo. Alcune vie in certe aree sono gradate 5.10 o 5.10+ sebben siano state salite una volta o due, dopo innumerevoli tentativi dai migliori arrampicatori del posto. Questo puo' essere il risultato o di un grave errore di valutazione o un Io strabordante ("ego-trip"). La motivazione principale dietro la sottogradazione e' la protezione della propria immagine. Evitare la vergogna di vedere una propria via sottogradata. Sii il primo a sottogradare e sarai salvo. Questo tipo di atteggiamento finisce per imbrogliare gli stessi artefici. Gradare il singolo movimento e' una conseguenza di questa sindrome. Non ha senso dividere un tiro in movimenti individuali e dare il grado al movimento piu' duro. Trenta metri (cento piedi) di lieback con nessun movimento sopra il 5.9, ma nessuno sotto il 5.8 , con nessun riposo, non sono un tiro da 5.9!
Al momento 5.10 e 5.11 sono tra i gradi piu' bistrattati. Questo perche' sono tra i gradi piu' prestigiosi e piu' dipendenti dalle conformazioni anatomiche dell' arrampicatore. Poiche' gli arrampicatori tendono a preferire un tipo di arrampicata rispetto ad un altra, un arrampicatore abituato alle fessure per esempio sara' piu' propenso a pensare che l' arrampicata in fessura e' meno difficile di quello che in realta' e'. La pratica perfeziona le cose e le rende piu' semplici.
L' unica soluzione equa a questo problema e' una gradazione basata su un confronto fra vie. Le vie, a differenza degli arrampicatori, non cambiano molto. Un arrampicatore che progredisce in forma fisica, in fiducia in se stesso, e abilita' tecnica, avra' la tendenza a sottogradare. Dovrebbe ritornare su vie gia' gradate per un confronto di gradazione. Un uso criminoso del sistema di gradazione era una pratica comune la scorsa stagione a Yosemite. Sembrava quasi una moda. Vie che una persona non riusciva a salire in primavera diventavano 5.8+ in autunno. Altre vie venivano considerate non troppo difficili, anche quando venivano salite dopo diversi tentativi, cadute o riposi sulle protezioni. In alcune casi le vie non erano "troppo difficili" ("too bad" nell' articolo) anche quando l' arrampicatore non era risuscito a salirle. Alcuni avevano sottogradato una via dopo la quarta o quinta salita, anche se avevano fallito il primo tentativo. Ancora una volta, le cose si perfezionano con la pratica. Personalmente non penso che gli arrampicatori con questo atteggiamento siano sinceri con la comunita' e con se stessi. Acune vie sono diventate piu' semplici per un buco causato da un chiodo (pin scare), una lastra rotta o la presenza di un chiodo. I primi due casi sono modificazioni permanenti e possono richiedere un cambio del grado. Un chiodo su una via che richeda movimenti continui e di resistenza rende la via piu' facile. C'e' una grande differenza tra piazzare un chiodo in una posizione difficle e semplicemente moschettonarne uno gia' presente. Alcune vie hanno una storia di salite coraggiose e classiche. L' uso dei chiodi o di altri marchingegni della tecnica fa diminuire il valore di alcune linee, se paragonante alle prime e piu' estetiche salite. Gli arrampicatori dovrebbero sentire l' obbligo morale di mantenere la tradizione della prima salita. Questo e' particolarmente vero su vie come Twilight Zone. Il grado su tali vie dipende dallo stile in cui si sale, stile che di conseguenza determina il fattore mentale. Salire una vie senza martello con quindici nuts e decisamente diverso dal salire la stessa via con martello e trenta chiodi.

Segue poi una parte di descrizione e confronti fra varie vie, che ho pensato non aggiungesse molto al lettore italiano... e che per pigrizia per ora non ho tradotto.

mercoledì 2 novembre 2011

Indian Creek

Indian Creek. Guidando sulla statale 211 rimarrete senza
fiato di fronte alla sterminata distesa del canyon

Il sole sorge piano alla mia sinistra ma basta la poca luce dell' alba a fare splendere il bianco e il giallo del deserto. La strada e' una striscia nera, dritta verso sud, unico segno di civilta' e tempi moderni in mezzo alla radura. Potrebbero apparire gli indiani da un momento all' altro e non ne sarei stupito. Dopo dodici ore di guida sarebbe un diversivo alla noia della guida in solitaria. A tenermi sveglio una dosa massiccia di caffe, redbull e l' eccitazione di arrampicare ad Indian Creek.
Dopo quindici ore entro finalmente nel canyon e lo stupore per la bellezza che mi circonda quasi rischia di farmi uscire fuori strada. Giungo al posto dell' appuntamento mentre nello stesso momento arrivano i miei tre amici, due dal Sud della California e uno dal Colorado. In un' epoca di messaggini al telefono, rinunce all' ultimo minuto, continue chiamate al telefono anche per una semplice cena, un tale sincronismo mi mette subito di buon umore. Non ci siamo mai sentiti al telefono per dettagli e tutto e' stato deciso con due email, una settimana prima.

Io ho solo tre giorni, ma per una volta non apro nemmeno la guida, sicuro che ogni falesia e via sapra' ripagarmi del viaggio. Seguo i miei compagni nelle loro scelte e mi godo cosi' tra le piu' belle salite a vista della mia vita. Fessure parallele perfette e una roccia di arenaria rossa, liscia e senza appigli o tacche per i piedi. Tutto si gioca con pochi gesti e movimenti, ripetuti quaranta, cinquanta volte fino ad arrivare alla fine di ogni via. Basta respirare piano, prendere il ritmo e imparare a sentire una roccia che quasi sembra velluto. Il canyon e' una infinita distesa e sono forse migliaia le vie ancora inesplorate dentro le zone piu' remote e interne. Per chi ama gli strabiombi a canne o muri verticali a tacche, Indian Creek non e' il posto giusto... ma se anche per una sola volta siete stati affascinati dall' arrampicata in fessura, questo e' il posto dove prima o poi dovrete andare. La sola bellezza del paesaggi, i colori delle rocce, i profumi dei pochi cespugli, il cielo del deserto ripagheranno del viaggio in questo posto cosi' remoto.

Domenica sera ci lasciamo con Mike al distributore di benzina a Moab. Scherziamo sulle notre doti logistiche e sul tempismo perfetto del nostro incontro di Venerdi mattina. Ci siamo dati appuntamento per il prossimo anno in Alaska, per salire il "Cobra Pillar", ma magari un paio di chiamate al telefono in quel caso saranno pure necessarie...


Nota finale: la mia auto, risuscitata dalle sapienti mani di un meccanico (di quelli del tempo prima dell' elettronica), ce l' ha fatta a fare le duemila miglia del viaggio. Forse sara' l' ultimo pero'.
Nota tecnica: a Indian Creek non ci sono vie sotto il 5.10 e secondo me, pure per gli standard Americani, alcune gradazioni vanno prese con cautela.



Avvicinamento al Piston Whipped Wall. Ho dovuto usare il sacco da big wall
per trasportare sei serie complete di camelot.



Scelta del materiale, elemento cruciale su queste vie senza
o con pochi riposi. Qui mi preparo a salire la mia prima via
"No Name Crack" (5.10+) a Supercrack Buttress.
Via molto lunga con due sezioni large.
Avro'
abbastanza pezzi della stessa misura?



Colazione al campo base. Trovate di meglio?


Fin Wall. Tim sale una delle innumerevoli fessure
(Crapuccino 5.10+).
Sullo sfondo si vede chiaro il Wing gate.

sabato 1 ottobre 2011

Al di la delle montagne




"Al di la delle montagna, l' uomo" e' la frase di Walter Bonatti, che apre il libro scritto da Steve House sulla sua carriera di alpinista, i suoi successi, fallimenti e sacrifici per diventare uno dei migliore alpinisti di sempre.
Steve House scrive con una prosa magistrale, ben lontana dallo stile spesso aggressivo e arrogante che caratterizza i libri del suo mentore e compagno di cordata, Mark Twight. Durante un' uscita in montagna, avevo barattato questo libro con il mio compagno di tenda in cambio di una copia di Kiss or Kill, di M. Twight. Sbagliando, mi aspettavo la stessa scrittura punk, lo stesso aproccio rabbioso nei confronti dell' universo mondo. Lo stile e il tono sono invece ben diversi, benche' si ritrovi la stessa esaltazione per la fatica, la sofferenza fisica e un sana attudine elitistica. House riesce a tenervi incollati al libro, mentre descrive una sua salita in solitaria, un tiro duro di ghiaccio o la sofferenza estrema a ottomila metri. In una epoca in un cui il meglio che si puo' tirare fuori da un climber professionista e' spesso "Sick Bro', that was awesome!", House svetta anche come scrittore.

House racconta un periodo di tempo che va dalle sue prime esperienze in Slovenia sul Triglav durante uno scambio culturale fino alla sua salita in stile alpino del Nanga Parbat con Vince Anderson. Sono numerosi i flash back e i salti temporali ma il Nanga Parbat e' lo spettro di una ossesione sempre presente nel libro, fino al successo finale.
Anche per chi non ama la sofferenza in montagna, il libro e' una lettura di grande ispirazione.
Un vero inno alla dedizione, al perseguimento dei sogni con energia e tenacia, alla ricerca di legami umani con cui vincere avversita' e paure. House descrive appunto l' uomo, i suoi demoni, paure, ossessioni e momenti di ealtazione quasi mistica. Al di la dei gradi e dell' obbiettivo finale, e' l' uomo e' cio' che rimane dopo una salita, con la sua capacita' di darsi sempre nuovi obbiettivi e la forza di portarli a termine.


Nota: non credo che il libro sia stato ancora stampato in Italiano. Ho controllato il catalogo di VersanteSud, una delle poche case editrici che ancora si sobbarca la fatica di tradurre e pubblicare libri di montagna, ma non c'e traccia del libro...

lunedì 19 settembre 2011

Viva la "Vecchia Scuola"





"Damn it ! This is really Old School!.... I Don't think I'm Old School enough for it"


Mi ritrovo a cercare nell' imbrago una protezione della misura giusta. E' la terza volta in mezzo minuto che ripeto questo inutile gesto. E' una di quei movimenti dettati dallo stress o panico. Un po' come smagnesarsi le mani in continuazione. Il problema e' che so gia' che nell' imbrago non ho niente per proteggere la fessura in cui ho incastrato il ginocchio sinistro, unica cosa tra me e una decina buona di metri di volo. Non e' il volo, ma e' l' atterraggio su un terrazino sotto a preoccuparmi. Portare protezioni fino a tre pollici diceva la guida, scritta forse alla fine degli anni ottanta. Avrei bisogno almeno di una da cinque...Ci sara' stato un motivo se la via "5.9 Old School" non era nelle edizioni aggiornate. Non so nemmeno se siamo sula via giusta, tanto vaga era la descrizione sulla guida.
Mi accorgo che sto entrando in "Panic Mode" e ondate di pensieri inutili stanno iniziando ad intasare il sistema centrale. Inizio a cercare disperatamente una tacca da strizzare e tentare l' impossible... salire in stile "sport climber" . Dopo anni a cercare di imparare le geometrie di incastro piu' varie, sto regredendo allo stato di topo da falesia e sto sognando la "reglette". Maledico la "Old School", le loro dannate fessure larghe, la loro maestria nel salire senza mettere protezioni, perche' tanto nelle off-with o nei camini e' impossibile cadere. Melo ripeto mentalmente ogni volta che cerco di spostare il peso e sento la gravita' che mi tira giu'. Dopo dieci minuti di inutile spreco di energia mentali, mentre sto ancora con il mio ginocchio dentro la fessura, nel turbinio di pensieri inutili mi viene in mente che la notte prima ho rischiato una multa di trecento dollari perche' dormivo su un posto non autorizzato. Il ranger mi ha graziato, non so nemmeno per quale ragione. Al pensiero del rischio corso, la mia taccagneria risveglia un meccanismo di difesa e avviene il miracolo!

Capisco allora che tutta la gamma di emozioni che mi stanno passando per la testa, sono io ad averle cercate. Sono io che ho guidato cento ottanta miglia di notte, che ho fatto due ore di approccio, che ho rischiato la multa esattamente per essere qui ed ora. Questo semplice pensiero mi aiuta a rimettermi in asse. Se trenta anni fa ci sono passati senza scarpette, senza imbrago e senza una corda elastica, allora posso passare anche io. Infilo tutto il braccio dentro la fessura, il gomito e palmo della mano a formare un arm bar. Premo e sento che tiene. Sollevo il ginocchio. Ripeto il movimento quattro-cinque volte finche' non riesco a trovare un incastro per tutto il pugno. Il resto del tiro va via veloce. In sosta i miei sentimenti per la "Old School" sono ormai cambiati. Sento un senso di riconoscenza per quei visionari che, con pochi mezzi, hanno creato dei veri gioielli su roccia. Lasciando intatto, o almeno in gran parte immutato, il senso dell' avventura e della sfida per le generazioni future.



(Nella foto Chuck Pratt. La foto e' stata scattata da Doug Robinson nel 1967, e' presa da www.supertopo.com. E' un mirabile esempio, ad Indian Creek, dello stile dell' epoca. )

martedì 2 agosto 2011

Pioggia e Pace sul Drug Dome


OZ (5.10d), Drug Dome. Tuolumne Meadow.

(o in italiano: "Il montarozzo della Droga")


La tempesta si avvicina veloce. Grido a Tim che puo' salire. Lui smonta rapidamente la sosta e inizia ad arrampicare. Mentre lo recupero, guardo i tiri del traverso alla mia destra. Una voce dentro la testa mi dice di continuare ad arrampicare "possiamo battere la tempesta e uscire prima che scarichi". Vedo la massa di nuvole nere e lampi all' orizzonte. Forse l' idea di continuare sotto la pioggia non e' proprio saggia.


Tempesta all' orizzonte.


Sarebbero pero' solo quattro tiri, di cui due facili. Faccio due conti: venti minuti in media per tiro, ottanta minuti in tutto... forse sono troppi. Scatto nel frattempo un paio di foto mentre nella testa cresce il dilemma da fine settimana arrampicatorio: spremere ogni secondo o piegarsi al meteo, alla stanchezza o agli imprevisti di ogni sorta. Questa sarebbe la seconda volta che dovrei rinunciare, ma forse fa parte del gioco.

Tim sale il terzo tiro

Tim arriva in sosta ed inizia a piovere sul serio. Non dice niente, lo metto in sicura e parte subito per l'uscita facile a sinistra. Scompare subito dietro l' angolo e io rimango appeso alla sosta sotto la pioggia. Nonostante tutto, mi sto divertendo. C'e' un senso di pace a stare nel mezzo di questo grande muro di granito, con intorno le foreste scure di pioggia. Il diedro sotto i miei piedi e' verticale, quasi tagliato con il laser e nell' ultima sezione strapiomba un poco. Salirlo e' stato un puro piacere. Sono proprio contento che Tim me lo abbia lasciato senza nemmeno fare pari o dispari per averlo. Mi sa che gli devo una birra per questo....

Sul terzo tiro. Nella foto il diedro appare quasi appoggiato.

Sento i due strattoni, Tim e' arrivato. Parto subito e la roccia e' ormai completamente bagnata. Arrivo in sosta fradicio. E' stata una buona idea uscire a sinistra. Scendiamo in fretta e camminiamo a tratti in mezzo alla neve ancora alta, lascito di un inverno lungo e di una estate che non vuole essere vera estate.

Discesa della via. Ricordate: calarsi in doppia e' cattivo stile!

Arrivati alla macchina Tim ride e mi dice "anni fa avrei arrampicato sotto la pioggia... significa che sto maturando! ". Viva la maturita' allora... eppero' il traverso...

mercoledì 27 luglio 2011

Massi


Ogni tanto mi diletto a salire sui massi, per il puro piacere del gesto e per godere dell' aspetto sociale del bouldering. In fondo poi, molte vie su granito (in Yosemite in particolare) si risolvono con uno o due passaggi di boulder secchi. Avere un po' di gesti nel repertorio non guasta mai.

Settimane fa Owen e Jamie mi invitarono ad esplorare con loro una nuova zona, nei pressi di lake Tahoe. Il caldo era soffocante e tutti i blocchi erano circondati da mini foreste di manzanita. Nonostante tutto fu una giornata divertente e rilassante, senza stress da prestazione. Muoversi su rocce cercando il movimento piu' duro, con il lusso di rimanere seduti per terra se le energie vengono meno.
Lascio qui il link al blog di Owen, che con certosina pazienza sta pulendo i blocchi, segnando il sentiero e preparando relazioni. Magari se passate da quelle parte vale la pena fermarsi... un sacco di blocchi (duri, dal V7 in su...) aspettano una prima salita.


Nella foto io sto salendo una facile fessura (5.10.a circa, V0 scala boulder) di circa sette metri. Da notare la postura di Owen, da paratore pronto e attento...

martedì 5 luglio 2011

Sulla scelta dei compagni


Da anni continuo a pensare che la corda sia capace di trasmettere impulsi e vibrazioni psichici, in grado di connettere su un livello diverso le due persone che arrampicano insieme. Il piu' delle volte il modo in cui scalo e le sensazione che riesco a trarrre dall' arrampicata dipendono da chi mi fa sicura. Per uno sport individuale come l'arrampicata, la cosa ha poco senso. O ti tieni o non tieni, direbbe qualcuno. in realta' la cosa non e' cosi' ovvia. C'e' tutto un universo di caratteri umani, un sottobosco di individui affetti dalle piu' svariate paturnie e sindromi, tali da rendere l' arrampicata un enorme laboratorio di psicologia sociale. E qualcosa di piu' di uno sport individuale.


Compagni Ideali. Sono quelle persone che hanno un genuino piacere ad arrampicare con voi, a scegliere insieme una via o un progetto. Sono quelle persone che vi danno ispirazione per un nuovo viaggio, per una nuova avventura. Sanno quando stare zitti e quando parlare. Sanno dividersi fatiche e piaceri dell' arrampicata. Soprattutto potete sapere da subito fino a dove potrete spingervi, divertendovi. Da coltivare e preservare con cura, vista la loro rarita'.

Ossessivi. Hanno un progetto in testa e voi siete uno strumento, al pari della corda o del gri-gri. Se i vostri interessi collimano, allora ci si potra' divertire insieme. Tutto e' finalizzato alla loro realizzazione. Si scrivono sulla relazione i tiri che vorranno fare da primi, l' ordine con cui verranno fatte le vie. Ogni cambio di programma genera tensione e una stato di nervosismo difficilmente riconciliabile. Sono le persone ideali per realizzare un progetto condiviso, vista la caparbieta' ossessiva. Non aspettatevi pero' nessun supporto morale o incoraggiamento: di solito godono a vedervi fallire.


Bari. Hanno una loro idea, ma non la svelano fino all' ultimo momento. Vi imbrogliano vendendovi un progetto di viaggio o uscita in un posto e solo all' ultimo momento, quando siete seduti in macchina nel sedile del passeggero, vi dicono con fare innoquo " ... ci sarebbe pero' pure questa vietta che non e' male..." . Allora sapete che e' troppo tardi, loro sono alla guida e dovete piegarvi al fato. Sono compagni ideali per quei giorni in cui siete pronti a tutto o non avete le idee chiare. Controindicazioni: con la menzogna, possono portarvi su vie pericolose che altrimenti vi sareste rifiutati di fare.


Bugiardi innoqui. Hanno salito vie di misto duro sulle Alpi, fatto Zodiac in un giorno, sanno descrivervi ogni tiro di Astroman. All' attacco della vie manifestano invece sempre sintomi misteriosi che non gli permettono di andare da primi, di essere in forma quel giorno. Non vi rimane che trascinarveli dietro, sperando che non appartengano al genere loquace che parla in sosta e vi dice "...magari lo avrei potuto fare da primo..." quando li recuperate dopo un tiro in cui vela siete fatta nell'imbrago. Possono essere anche compagni piacevoli, una volta catalogati.

Bugiardi pericolosi. Sanno mentire bene e vi fregano, portandovi su vie mortali che pensate saranno in grado di dominare, perche' li considerate di buon livello, persone addirittura da cui imparare qualcosa. Vi hanno detto di avere salito linee che voi manco guardate nella guida. Scoprite poi con terrore che non sanno usare un cava nut. Di solito sono relazioni effimere, una via, una salita e mai piu' insieme. Da temere come le tempeste in montagna.

Mendicanti. Categoria generica, a cui io stesso appartengo. Possono essere top climber o subumani. Tutti almeno una volta lo siamo stati. Sono quelli che chiamano il venerdi pomeriggio, perche' non hanno trovato nessuno per il fine settimana. Venderebbero un litro di sangue per fare qualcosa, qualsiasi cosa. Vi offrono di guidare, di portare il materiale, di offrirvi pure una birra. Se si e' fortunati, sono ottimi compagni perche' vivono con gioia la scalata insieme, che considerano come un dono improvviso dal cielo. Lo stadio successivo (e io l' ho fatto piu' volte) e' quello di presentarsi direttamente sul posto o aggirarsi nel campeggio, tendendo dei veri agguati ai gruppi dispari di arrampicatori "siete dispari? vi serve un compagno?" . Una volta superato l' imbarazzo iniziale, pure i gruppi pari vanno bene.


Cani morti. Aspetto complementare dei mendicanti. Il termine e' stato coniato da qualcun altro (che non ricordo), ma credo renda bene l'idea. Sono le persone al fondo delle lista dei contatti, quelli che di solito non vorreste avere come compagni per svariati motivi: logorroici, inaffidabili, pericolosi, lenti. Sono l' alternativa all' autoassicurazione con il gri-gri o l' ultima riserva a cui attingere per non passare il fine settimana a fare trazioni alla sbarra. Li chiamate ma rimpiangiete di averlo fatto gia' dopo il primo tiro. Pensate che non lo farete mai piu', fino al prossimo venerdi pomeriggio di disperazione.


Ovviamente esiste un mondo sterminato di possibilita', di incroci fra i vari caratteri, tale da rendere l' arrampicata un mondo piuttosto complesso di relazioni umane e patologie psichiatriche...

giovedì 21 aprile 2011

Nel cuore della notte...


Il bisogno di andare al bagno mi sveglia in piena notte. Saranno le due circa. Cerco di ignorarlo mentre mi concentro sul solito dibattito interiore, se sia meglio trattenerla fino al mattino o uscire dal sacco a pelo, disperdendo cosi' prezioso calore. Ogni volta mi chiedo perche' nel comfort delle mure domestiche non si manifesti mai questa incontinenza notturna.
Alla fine resistere e' inutile, non si sfugge alle leggi dell' idraulica. Per pigrizia non mi infilo le scarpe e mi metto a camminare scalzo sulla neve, percorrendo la minima distanza dal giaciglio. Se avessi piazzato la tenda almeno potevo stare con i piedi asciutti e farla dentro la bottiglia. Mentre mi sforzo di fare il prima possibile, un pensiero mi passa per la testa "...che bello sarebbe avere una falesia sportiva, vicino a casa, con avvicinamento veloce, soste attrezzate e chiodatura ascellare". Il pensiero dura un istante, giusto il tempo di ritornare nel sacco a pelo e cercare di riprendere sonno, senza successo. Mentre mi rigiro e cerco di trovare la posizione meno scomoda penso che forse tutto questo non ha molto senso. A guardare la scena da fuori, si vedrebbero infatti due uomini adulti, sopra i trenta, che dormono nei sacco a pelo in mezzo alla neve, sul bordo della strada, vicino ad una macchina con la carrozzeria tenuta insieme dal nastro adesivo. I due hanno guidato di notte per quasi tre ore, per esseri freschi al mattino. Per arrampicare al meglio, almeno pensano.


Il giorno dopo, inziamo a scalare presto, tutto scorre fluido, c'e' il sole a scaldare un granito giallo e arancio mentre saliamo su una linea nuova, saremmo forse la terza cordata a ripeterla. Allora mi dimentico della macchina, del guidare e del freddo ai piedi e tutto diventa perfetto. E anche quando le gambe iniziano a muoversi come Elvis, l' ultima protezione e' lontano, quando salgo un tiro con poco nell' imbrago, "che tanto mi sembra facile" e poi ho tutte le misure sbagliate e penso che si "in fondo, uno spit poteva starci...", quando la strizza mi fa ritirare con la coda tra le gambe, anche in quei momenti mi sembra tutto grandioso.


Continuo a sognare una falesia di calcare coperta di spit, con ampio e comodo parcheggio. Ma so anche che se non fosse per le notti nel sacco a pello, la ferraglia nell'imbrago, il caffe' nel fornellino, le mani mangiate dal granito, i viaggi in macchina di notte, gli strizzoni su vie sottogradate ... il gioco che e' l' arrampicata sarebbe meno divertente.

lunedì 25 ottobre 2010

Il grasso sul fuoco...

Le notti di inverno nel deserto possono essere lunghe e bisogna trovare qualcosa da fare, per non dovere andare a letto dopo le 6:30. Alla fine di una giornata di arrampicata si puo' mangiare, raccontare bugie intorno al fuoco di imprese alpinistiche mai compiute, gradi mai saliti o vantarsi-lamentarsi delle performance della giornata. Dopo un paio di giorni pero' la conversazione puo' languere, soprattutto se conoscete gia' le bugie dei vostri compagni..
Una combinazione di noia, birra e scienza puo' fare pero' svoltare la vostra serata al meglio!
Avete bisogno di un barattolo di latta vuoto (quello dei pelati e' perfetto), acqua e campeggiatori NON vegetariani che amino la pancetta (bacon) per colazione...
Al posto di gettare via la sugna o grasso della cottura della pancetta la raccogliete nella lattina vuota e la conservate per la notte.
Dopo un paio di birre, quando il fuoco e' bello vivo prendete il barattolo e lo mettete sulle braci tra le fiamme (alte!!) finche il grasso non inizia a bollire.
A questa punto, usando un bastone o qualsivoglia prolunga (potete usare un bicchiere legato con del nastro ad una estremita'), versate dell' acqua dentro il barattolo e.... bahmmm! una fiammata a forma di fungo si sprigionera' dal barattolo per la gioia di tutti gli astanti. Il rischio di bruciature e' garantito, soprattutto per chi versa l' acqua, se il bastone e' troppo corto. Il divertimento dura pochi secondi, ma c'e' sempre la possibilita' che qualcos' altro prenda fuoco, massimizzando cosi' il divertimento. Ovviamente la fiamma e' proporzionale alla quantita' di grasso usato.
A me la cosa ha divertito molto (sono un' anima semplice) perche' ci sono
tutti gli elementi da selvaggio West: la pancetta, il fuoco, un po' di alcol, il deserto e la maturita' e saggezza di adolescenti invecchiati..


martedì 27 luglio 2010

cinquanta classiche




In un epoca digitale ho sentito dire piu' volte che le guide di carta spariranno, surclassate dalla rapidita' di accesso alle informazioni che la rete puo' offrire.
E' pur vero che un motore di ricerca come google puo' permettere di ottenere in pochi secondi una messe di informazioni che prima avrebbe richiesto mesi. E' un aspetto positivo e rimpiangere i tempi andati di fotocopie e ricerche in polverosi scantinati di biblioteca sarebbe ridicolo.
Spesso pero' il prodotto quantita' per qualita' rimane una costante e la massa di informazione che si puo' raccogliere in pochi attimi e' di dubbia o scarsa affidabilita'. Ognuno puo' mettere cio' che vuole in rete, con risultati a volte grandiosi a volte pessimi.
Queste elucubrazioni un po' pseudo-intelletuali sarebbero forse dovute scaturire dallo scandolo che incalza su WikiLeaks, controverso motore di ricerca e repository per informazioni classifiche come segrete.
Invece mi sono venute in mente dopo avere acquistato su Amazon una delle guide di arrampicata
piu' belle degli ultimi anni! "Fifty Favorite Climbs, The ultimate North American Tick List", cinquanta arrampicatori e arrampicatrici consigliano una via "classica" nel nord America. Vera pornografia, scintilla per sogni e progetti. Non importa se non riusciro' a salire in libera il "Cobra Pillar" o se mi ritirero' con la coda tra le gambe dopo Evolution Traverse. Cio' che conta e' il senso di sfida e di avventura che il libro ancora riesce a comunicarmi. Le stesse sensazioni io non riesco a trovarle sui forum (noiosissimi) di montagna o in molti siti (con rare eccezioni) di presunti esperti. Nella guida c'e' tutta la fatica e passione dell' autore (Mark Kroese) che ha intervistato veri eroi del verticale, mettendo insieme una ricerca di vie accurata e entusiasmante. E poi la guida di carta tela puoi leggere comodamente stando al bagno, cosa poco pratica con un portatile.
Io difendo cosi' le guide cartace di arrampicata (ma pure di cucina, viaggi, hobby) e spero che non muoiano mai.
Quasi due anni fa chiesi ad un amico di prestarmi una sua guida per fare delle fotocopie. Mi rispose sorpreso e quasi irritato: "Chi ha scritto la guida e' uno di noi, un arrampicatore. Se tu la fotocopi, lui non campa e non scrivera' piu'...". Mi sentii un verme e promisi a me stesso di non fotocopiare piu' ...

giovedì 17 giugno 2010

Serpenti e intrusi



Vivere in citta', stare in ufficio lontano dagli elementi naturali porta la mente umana all' atrofia. Ci si dimentica che non siamo gli unici esseri sul pianeta e si finisce per credere che l' uomo e' al vertice di una immaginaria piramide evolutiva costruita nel tempo solo per dare all' uomo diritto alla razzia del pianeta.

Mentre arrampicavo in un area un po' isolata, un serpente a sonagli e' sbucato da una fessura.
Il suono della coda aveva annunciato la sua presenza, ben prima che la mia debole vista potesse scovarlo. La prima reazione e' stata : "Cosa ci fai qui?!", ma poi, a pensare alla ferraglia che mi portavo addosso, alla mia pelle scottata dal sole e al mio desiderio di vincere la gravita' scalando, ho capito quanto stupida fosse la mia irritazone e meraviglia per questo incontro
rivelatore...

martedì 1 giugno 2010

Trapanatori Seriali

Jim Donini, boss senza eta' dell' alpinismo Americano, ironizzava sulla frenesia arrampicatrice in California. Ogni masso o formazione rocciosa e' presa d' assalto, causa pressione demografica e ansia da prima salita di molti arrampicatori. I risultati a volte sono vie di scarso valore, come io e' Charlie abbiamo sperimentato sulla nostra pelle...

Prologo: Pioggia e neve (a maggio!) sulla Sierra, stavano per rovinare il fine settimana
arrampicatorio. Volevo assolutemente tornare a Woodfords canyon, dove, nelle ultime tre settimane, stavamo esplorando nuove aree non ancora presenti in nessuna guida. Pur di non rimanere a casa decido insieme a Charlie di visitare un area di arrampicata sportiva appena chiodata. Con rare eccezioni, le poche aree sportive in Nord California offrono di solito arrampicata mediocre con chiodatura dubbia e roccia un po' marcia.
Forse perche' il granito non offre posti adatti o forse per una certa resistenza culturale.

Primo tempo: Arriviamo alle 9.00 nel primo settore, che vanta sulla carte quindici vie fino al 12a. Si rivela invece una specie di scherzo, con gradi gonfiati, chiodatura ascellare ogni metro e mezzo, via di cinque metri di reale arrampicata e il resto come una gradinata. Per di piu' roccia mediocre.
Chiudiamo entrambi a vista tutte le vie in due ore, ulteriore prova di gradi farlocchi. Sono le 11 e non abbiamo niente su cui arrampicare.

Secondo tempo: Decidiamo di esplorare un altra area nuova e quasi top secret (avremmo capito poi il perche'), Table Mountain. Dista giusto due miglia di facile sentiero. Da lontano la parete ricorda un falesia inglese, con colline verdi e roccia nera. E' alta circa cento metri e con il binocolo da lontano iniziamo a entusiarmarci. Sul posto linee di spit percorrono tutta la parete che sembra quasi un posto decente. No invece. La roccia si sgretola a toccarla, non c'e' una sola presa decente e la vite dei primi spit gira sulla roccia, segno di cattiva chiodatora. Io sono per andare via. Charlie sostiene che in alto la roccia e' sicuramente migliore, non possiamo fare i viziati che vogliono sempre rocce perfetta. Ad occhio segliamo una linea che potrebbe essere interesante...
Raggiunto il primo spit viene giu' un blocco grande come un libro. "Su e' meglio" continua Charlie. Secondo spit: viene via un altro pezzo e Charlie chiede una pausa e si appende: brutto segno. Il resto e' piu' o meno noia: un blocco di pietra per ogni movimento e io sotto a schivare. Dopo un' ora di "blocca, cado, sasso" la sosta.
Un disastro. Non soddisfatto dello spettacolo voglo provarla pure io. Stessa scena a ruoli inversi. Maledico tra me l' idiota che ha chiodato e io che
ho pensato che salirla flash valesse qualcosa.
Sfiancati psicologicamente e disgustati dal posto, optiamo per una birra.
E pensare che avevamo in programma una giornata di arrampicata sportiva, senza stress, in sicurezza...

domenica 11 aprile 2010

Gold Wall





La mia idea di salire il Nose non e' certo un segreto. Ci sono due modi di farlo
1) quattro giorni in parete soffrendo
2) uno-due giorni, soffrendo lo stesso ma con stile.
Io vado per la seconda: lo stile in parete e' tutto, pure piu' dei gradi a volte. Ma come ogni cosa richiede un certo allenamento, che va al di la' della semplice forma fisica o arrampicatoria.
Il problema e' che non e' che puoi uscire dal lavoro alle sette e dire "beh.. oggi vado ad allenarmi... faccio una Big Wall e sono a casa per cena...". Il piano cosi' e' salire "piccole" Big walls, considerate "moderate" , semplici cioe', per gli standard Californiani un po' sballati...
Sono almeno cinque-sei le pareti di grado V (quinto) che sono quasi d' obbligo prima di provare
una parete di VI grado. Il numero romano indica l' impegno complessivo, il commitment come tanto piace agli ammerigani: il tempo di avvicinamento, la possibilita' di fuga, i soccorsi, il tempo totale in parete...Pure mettere insieme cinque vie di grado V e' una piccola impresa, a meno di non licenziarsi.
La terza nella mia lista era Gold Wall, ed ho pensato che fosse giusto celebrare la primavera con questa salita su una parete poco frequentata, a causa dell' avvicinamento lungo e non ovvio.

Decidiamo con Raffi di partire Domenica mattina, con calma... Il piano prevede l' arrivo a Yosemite alle 12:00, avvicinamneto e iniziare a scalare alle 15:00. Fissare i primi quattro tiri e dormire o su una cengia o in parete. Il giorno dopo, salire le corde fisse e finire la via.
Semplice in fondo. Eppero' Domenica commettiamo l'errore di fare una pausa mentre siamo in viaggio e mangiare del cibo messicano: fagioli, riso, salse varie che mi danno una mazzata incredibile. Arrivati gia' con un' ora di ritardo, fatichiamo a riprenderci dall' abbiocco.
Il saccone, con i suoi dodici litri di acqua, materiale, sacchi a pelo, pesa circa quaranta chili. Sudo come un dannato, mentre il cibo messicano ha la meglio su mente e viscere...ci perdiamo piu' volte e finiamo per trovare l' attacco alle 5 del pomeriggio. Voglia di arrampicare
quasi nulla. Il primo tiro e' un misto di libera e artificiale. Ho promesso a Raffi di salirlo io perche' lui non si fida del pezzo in artificiale, in cambio lui salira' uno dei cammini finale che io temo e aborro! finisce pero' che fissiamo un solo tiro e poi ci mettiamo a chiaccherare alla base.

Lunedi' il progetto e' salire a questo punto in un solo giorno... ci riusciamo quasi, ma decidiamo alla cinque di calarci a due tiri dalla vetta: temiamo il mal tempo e la calata con le doppie. La via e' stata spettacolare, super intensa e con una vista incredibile sul El Cap, quasi a ricordarci che in fondo quello che stavamo facendo era un nulla, una briciola di quello
che ci aspetta, forse. In uno dei tiri centrali si entra letteralmente dentro la montagna: un cammino si chiude e diventa un cunicolo che risbuca fuori attraverso un piccola imboccatura. La cosa piu' strana mai fatta in parete!

La prossima volta pero' meglio evitare il cibo messicano ...

martedì 16 febbraio 2010

Skull Queen



Un giorno di festa nazionale e' un lusso in America. Avere poi una finestra di bel tempo in pieno inverno e' un lusso sfrenato. Controllavo con impazienza il meteo da due settimane e alla fine la tempesta di neve sulla Sierra e' cessata giusto in tempo per una fuga di due giorni.
Venerdi notte in viaggio. Sabato e Domenica in parete, sulla Washington Column a salire Skull Queen, facendo finta di fare una salita invernale... si perche', a parte un po' di neve sul terrazzino dove abbiamo dormito, sembrava quasi primavera!
Intorno la Valle ancora addormentata e ricoperta di neve e silenzio. Una vista mozzafiato tutto intorno, il migliore cibo precotto mangiato stando su Dinner Ledge, la strizza di appendersi su uno gancio (sky hooks) e convincersi che non e' poi cosi' male, il granito giallo al tramonto...
si puo' avere di piu'? no, non credo...

lunedì 4 gennaio 2010

Crack machine

Ormai due mesi fa scrissi un piccolo racconto apparso
qui.
Giusto un breve capitolo del mio viaggio in Sardegna...

la prima Big Wall...


Jim Bridwell scherzava dicendo che " La mia migliore vacanza e' il vostro peggiore incubo ", e si riferiva forse a una delle sue creazioni su roccia, veri viaggi in mari di granito su protezioni
precarie e giorni in parete... Pure per climber svezzati l' idea di stare "appesi" per giorni, mangiare cibo precotto, fare i propri bisogni in un sacco di plastica, tirarsi dietro ferraglia varia non sembra essere la cosa piu' divertente. Per molto tempo pure io avevo visto la cosa con occhio storto.
Il fatto poi di andare su spesso in artificiale mi sembrava quasi cosa vergognosa... finche' non
ho deciso che era tempo di provare e capire di colpo che tutto quello che avevo detto e pensato sull' artificale e sulle Big Wall fossero discorsi da topo di falesia!
Ok e' faticoso, ok puo' essere imbarazzante usare come WC una busta, ok puo' prendere un po' d'ansia dormire in mezzo a tutto il granito e l' incedere puo' essere lento e stressante... ma alla fine e' un viaggio nuovo e pieno in una dimensione parallela.
Si apre cosi' un mondo di possibilita', di posti da esplorare e capire... e l' arrampicata, sia nei tratti di libera che di artificiale, ho come l' impressione che si carichi di qualcosa di diverso e di piu' intenso...
il giorno dopo l'idea di andare in palestra vi fara' venire un senso di tristezza e ridicolo...

mercoledì 29 luglio 2009

Mt. Conness





Mt. Conness... ovvero come ricordarsi di colpo che esistono le montagne vere.
Perche' la high sierra non e' Yosemite, ne qualche ameno posto vicino a Lake Tahoe. Posti certo dove si puo' imparare molto, si puo' scalare su rocce magnifica e farsela persino sotto se si non si sceglie la via da salire con attenzione. Manca pero' una variabile importante, quasi assillante sulle Alpi, ma che qui mi ero scordato: il meteo!

Perche' arrampicando a Yosemite o Lovers Leap il clima e' sempre stabile, si arrampica rilassati e al piu' ci si prende un di di acqua addosso prima di arrivare alla macchina o in tenda.

Cosi' dopo quattro ore di approccio tra nevai e pietraie con 1200 metri di dislivello dalla tenda
alla base della via, abbiamo fatto marcia indietro a causa della quasi imminente tempesta.
E giu' via, a cercare di non attrarre possibili saette con tutta la ferraglia che avevamo addosso. La colpa pero' e' in parte mia: all' orizzonte si vedevamo gia' dalla tenda dense nubi, ma speravo nell' impresa lampo, rincuorato durante l' approccio da un cielo quasi pulito... e' quel quasi che mi ha fregato... Peccato, perche' la via meritava e la fatica dell' approccio doveva essere onorata. Era poi interessante vedere il corpo reagire al cambio di quota -da zero a 3900 metri in dodici ore-
pompando di piu' e facendo resistenza.

Pero' in fondo meglio lamentarsi seduto di fronte ad una birra di una salita non fatta, che bestemmiare in sosta sotto i tuoni...

venerdì 10 luglio 2009

Lunedi di fuga

Nonostante non passi inosservato, in quasi un anno e mezzo non mi ero mai azzardato a salirci realmente sopra. Timidamente mi ero avventurato sui miseri trenta metri di qualche monotiro alla sua base (giusto quasi per dire di averlo toccato). E penso che avrei aspettato ancora un po', non sentendomi pronto o all' altezza. O semplicemente per paura di rovinare la prima volta con una ritirata poco onorevole o con una salita di artificiale fin troppo faticosa (L. Hills le definiva le salite da carpentieri...).
E invece Lunedi', per uno scherzo della globalizzazione, mi sono ritrovato appeso su Free Blast in compagnia di M.O., due Sardi a godersi i primi dieci tiri della Salathe' immersi in quel mare immenso di granito che e' El Capitain.
Appeso e' il termine meno dignitoso ma piu' onesto, visto che M.O. si e' preso l' onere di aprire tiri che io avrei fatto da primo usando le staffe o un decina di resting. Ma tant'e'... la classe non e' acqua, e la via e' venuta in libera a riprova che l' arrampicata e' ancora tecnica e testa e non trazioni al pannello o noiosi monotiri con i rinvii passati. Gli amanti dei numeri rideranno a sapere che il tiro centrale e' dato 5.11c (6c+), quando ormai tutti fanno l'8a.... Ahh come pagherei a vederne un paio a cimentarsi con alcuni tiri della Valle...
Casualita' della vita... un articolo di M.O. su Alpinist che mi aveva colpito, uno scambio di mail, un suo viaggio in terra Californiana e un Lunedi' di fuga dall' ufficio. Anche il tempo e' stato clemente e un vento costante di termica ha impedito che ci arrostissimo sulla parete. Non avevamo la relazione, siamo saliti seguendo la linea piu' logica, e in sei ore e mezzo c'e' stato tempo per salire e scendere in doppia sugli scudi infiniti di granito di El Cap... Unico neo della giornata: la mia macchina fotografica e' dispersa ... Per fortuna abbiamo incontrati altri arrampicatori, che hanno fatto qualche foto con la promessa di spedirle al piu' presto.. speriamo...