Ara sa terra, massaju, ca est ora de arare...



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venerdì 27 dicembre 2013

La ricerca dell' esotico

Amber Fort, Jaipur

Chissa cosa' rimarebbe del turismo in India, se le citta' fossero pulite, se al posto delle scope di saggina ci fossero gli aspirapolvere, se il traffico fosse ordinato e se la maggior parte degli Indiani avesse un lavoro regolare senza essere invece costretti ad inventarsi i piu' disparati mestieri, cosi' esotici e affascinanti per i turisti. Mi accorgo che continuo a cercare anche io l'esotico. Capita cosi che le foto a cui sono piu' affezionato siano pure quelle che non esisterebbero oggi, se a tutti gli Indiani fosse stata data la possibilita' di avere una vita normale, con l' acqua corrente in casa, un tetto sopra la testa, una scuola per i bambini.  Perche' con solo 1% delle popolazione nel settore dell' Information Technology e poco piu' del 14% nel settore industriale, l' India e' ancora lontana dall' avere dato a tutta la sua gente vere opportunita' per un futuro migliore.

sabato 2 marzo 2013

Kerala

La canoa e' ancora il modo migliore per esplorare e muoversi nei canali in mezzo alla giungla.

A scrivere dall' India e sull' India, ho come l' impressione di ricadere sempre nelle stesse banalita' e nei cliche' usati da tutti per descrivere questa nazione immensa e varia. Mi arrendo per ora alle mia vuota vena narrativa e lascio solo una galleria fotografica di un breve viaggio in Kerala, regione del sud e porto di arrivo per i primi esploratori portoghesi e olandesi che approdarono in India.  Fra bianche chiese cattoliche, pescatori, fiumi nella giungla, bandiere rosse, spezie e caldo tropicale.  



Il partito comunista ha governato il Kerala per cinquanta anni e mantiene ancora oggi una presenza molto forte. L' autista del taxi su cui viaggiavo conosceva le opere di Gramsci e sapeva pure  dove fosse Ales... meraviglie delle scuole di partito!
Il catto-comunismo nella sua essenza: Kerala ha una forta presenza di Cattolici e le immagini di Gesu' competono con Ganesh e le foto dei leader maximi del partito

lunedì 31 dicembre 2012

Rajasthan


A viaggiare tra i villagi del Rajasthan si ha l' impressione che il tempo si sia fermato e il ritmo della vita sia rimasto fermo a secoli fa'. Si rimane colpiti dai colori, dalla grandezza dei forti e dei palazzi, dai silenzi dei templi nel mezzo degli altopiani desertici. Ma queste sono cose che in fondo e' ovvio notare e pure un viaggiatore distratto non potrebbe ignorare le stoffe colorate, i marmi intagliati, i profumi dei cibi speziati e le forme bizzarre di turbanti e baffi.
Ma piu' di tutto io sono rimasto colpito dalle donne del Rajasthan. Nelle zone rurali si vedono donne che lavano, donne che trasportano la legna, donne che vendono manufatti, donne che vanno al pozzo, donne che accudiscono i bambini, donne che lavorano i campi, donne che fanno da mangiare su fuochi di fortuna.
Ho visto di rado uomini nei campi, mentre i piccoli bar o negozi del te sono sempre pieni di maschi adulti che fumano, chiaccherano e pontificano sui passanti. Spesso si vedono uomini "al lavoro", mentre supervisionano seduti le donne lavorare. Le donne sono il fulcro di queste comunita' rurali dove una figlia femmina e' ancora vista come un disastro per la famiglia (per evitare aborti selettivi o infanticidio di figlie femmine, il governo paga ora circa duemila dollari per ogni neonata). Chissa' cosa potrebbe essere il Rajasthan e l' India intera se tutta questa energia produttiva fosse incanalata, se le donne del villaggio potessero studiare, se avessero il tempo di occuparsi di attivita' diverse dal raccogliere la legna e trasportare l' acqua.

Il Rajasthan e' comunque un posto unico, dove tutti i cliche' sull' India -le tigri, i Maharaja, i turbanti, il deserto e i palazzi dorati- si fanno reali ed e' impossibile rimanere indifferenti.

Lascio il link di alcune foto del viaggio, nella speranza che a qualcuno in Italia venga voglia di venire a trovarci.

domenica 6 maggio 2012

Big Island

Qualche foto di un recente viaggio a Big Island, Hawaii. Situata nell' Oceano Pacifico, a sud del Tropico del Cancro, Big Island e' la piu' grande e meno popolata isola dell' arcipelago. La scarsita' della popolazione (dovuta alla combinazione di continue eruzioni vulcaniche e mancanza di posti di lavoro) ha preservato l' isola da cementificazioni selvagge ed ha permesso di mantenere intatti i suoi numerosi habitat. L' isola e' un piccolo mondo isolato nel mezzo del pacifico dove, in pochi chilometri, si passa da altopiani desertici, campi di lava, caldere vulcaniche e foreste tropicali. 
Negli anni trenta la canna da zucchero venne coltivata nell' isola, portando pero' subito ad un impoverimento dei suoli vulcanici e all' abbandono della coltivazione. La foresta tropicale si riprese subito lo spazio un tempo occupato dalle coltivazioni ed ora vaste porzioni dell' isola appaiono totalmente selvagge, anche al di fuori dei parchi naturali.
Oggi l' isola e i suoi abitanti si trovano pero' di fronte al solito dilemma: sviluppo o posti di lavoro? una soluzione sembra stare forse in forme di agricoltura sostenibile, che non impoveriscano il suolo e permettano il rispetto dell' ecosistema. Banane, mango, papaya crescono in modo spontaneo ai bordi delle strade e possono rappresentare il futuro dell' isola. La canna da zucchero e' stata in parte sostituita dal caffe', che rappresenta una preziosa risorsa per la gente del posto.
Le hawaii non sono solo spiagge per foto su riviste patinate, ma offrono una occasione unica per viaggiare nel tempo in mezzo a ecosistemi diversi e vedere un esempio su piccola scala di come grande sia la sfida di conciliare insieme la sopravvivenza del pianeta e una stile di vita un po' piu' confortevole di quello dei nostri antenati.

 

Link alla galleria fotografica
 

Akaka falls


                                        Dentro un condotto lavico spento. 
                                                 Questo tipo di caverne formate dal passagio
                                                 della lava vennero usate per secoli come abitazione
                                                 dalle prime popolazioni polinesiane che
                                                 colonizzarono l' isola.


Scritture rupestri nei campi di lava nel sud
dell' isola. Ne sono stati censiti 23000, di cui
17000 sono semplici buchi in cui le madri 
sotteravano il cordone ombelicale dei neonati 

 
Caldera vulcanica nel parco nazionale nel sud dell' 
isola. La zona e' molto attiva e recenti studi indicano 
che la lava provenga direttamante dal mantello.

Waipo Valley 

Campi di lava. A meta' della giornata il calore emanato e' quasi 
insopportabile. Il percorso dei campionati del mondo di Triathlon
 Iron Man passa nel mezzo di campi lavici come questo nei pressi
di Kona. Dopo avere corso per una decina di chilometri sullo stesso 
percorso, ho apprezzato ancora di piu' cosa significhi raggiungere 
il traguardo della prestigiosa competizione

lunedì 2 aprile 2012

Verso Ovest



I miei sette lettori staranno fremendo nell'attesa di un nuovo post, ignari delle mie sorti dopo un lungo mese di silenzio mediatico. Ombresulmuro rimarra' in una fase dormiente nel prossimo futuro, perche' il tempo a disposizione non e' tanto e pure a scrivere post un po' banali vanno via energie preziose. Per quelli di voi che avranno la pazienza di aspettare, ci saranno fra poco storie,  volti, paesaggi e colori nuovi, a me pure totalmente sconosciuti.

Pensare di basare la decisione di un viaggio o peggio di una nuova migrazione su qualche lettura sembra essere cosa un po' avventata (o stupida).  Ma do pure la colpa di questa decisione di andare verso Ovest ( o Est, dipende da dove siete) a Salgari e al suo mondo immaginario. Salgari poveretto che mai ando' oltre l' Adriatico e che mori' nell' Aprile di 101 anni fa.  Quel mondo descritto nei suoi libri sara' nel frattempo cambiato, ammesso che fin dall' inizio la sua descrizione fosse fedele. Ma poco importa, visto che dopo cosi' tanto tempo quelle storie ancora instillano un invito al viaggio e alla scoperta.

In un vecchio cinema di paese, durante la proiezione della versione cinematografica dell' opera di Salgari, la leggenda vuole che il pubblico saltasse in piedi e acclamasse la vittoria di Sandokan contro la tigre, come se fosse in tempo reale. Quasi quaranta anni  dopo e coscienziose letture ambientaliste alle spalle, quello spezzone  continua a esaltarmi e mettermi di buon umore. Perche' penso al pubblico pagante nell vecchio cinema di paese e a come l' India potesse apparrire ai loro occhi. Con la stessa ignoranza e infantile fascinazione per le tigri e la giungla mi preparo al trasloco, anche se so che purtoppo la piccola pattadese portata dalla Sardegna non potra' competere con la scintillante scimitarra di Sandokan e Yanez. 




  



mercoledì 29 febbraio 2012

Fine dell' assedio





Il 29 Febbraio 1996 terminava il piu' lungo assedio dell' epoca moderna, l' assedio di Sarajevo. Le truppe Serbe tennero sotto controllo la citta' per cinque anni, bloccando l' arrivo di viveri, medicinali, gas, acqua ed elettricita'. La citta' piombo' in uno stato medievale e i suoi abitanti dovettero imparare subito a sopravvivere con poco o niente. Un tunnel sotterraneo nei pressi dell' areoporto era l' unico contatto con il resto del mondo. 10000 morti, 56000 feriti. Il collettivo di artisti FAMA creo' una semi ironica "guida Michelin" per sopravvivere all' assedio, che da un' idea di quanto gli abitanti di Sarajevo dovettero sopportare.
Ci vollero quattro anni, prima che le "potenze occidentali" si muovessero e liberassero la citta' dall' assedio bombardando le postazioni Serbe sulle colline circostanti. La resistenza degli abitanti di Sarajevo (Bosniaci, Croati, Serbi... si anche Serbi) rimane per me un esempio immenso di caparbieta', sacrificio e in qualche modo un inno alla vita.


Nel Luglio del 2005 pedalai da Trieste a Sarajevo, passando attraverso la Bosnia rurale. Arrivai a Sarajevo da Sud, percorrendo la strada che unisce la citta' con Monstar. Vivendo a Trieste avevo sempre sentito il vicino confine con la Slovenia come un richiamo affascinante. Si poteva pedalare pochi minuti e si entrava in un mondo diverso, per lingua, cucina, tradizioni. Sul Carso, mi capitava spesso di passare vicino alle vecchie postazioni dell'armata Jugoslava e ogni volta mi veniva da pensare alla guerra iniziata nel 1991 e a come un massacro di quelle dimensioni fosse potuto continuare per anni non lontano dal confine. Un giorno d'estate, senza molta pianificazione, presi la bici e decisi che arrivarci pedalando potesse essere un modo per tentare di capire cosa  fosse stato quel conflitto e quali fossero i segni lasciati, quando le televisioni vanno via e non sene parla piu'. I dieci anni trascorsi non avevo cancellato il passaggio delle truppe, la distruzione portata dalla guerra. I segni della violenza e della sua stupidita' rimanevano li, nei campanili e minareti sventrati, nei campi minati, nei villaggi vuoti al confine con la Croazia, nei silenzi spettrali di vallate ormai spopolate.

                                             Cupe Vampe, da Linea Gotica CSI.


Da Monstar la strada guadagna elevazione, si arriva in cima alle montagne che circondano la valle del fiume Miljacka e poi si scende fino ad arrivare in citta'. Arrivato a Sarajevo, onorai i chilometri fatti con una visita ad una pasticceria e poi decisi di andare a vedere subito cio' che  rimaneva della vecchia biblioteca. L' armata Serba la distrusse con bombe incendiare all' inizio dell' assedio e per giorni Sarajevo rimase coperta di cenere e pagine di libri e manoscritti bruciate. I cecchini spararono sui vigili del fuoco accorsi sul posto e cosi' non si salvo niente del patrimonio librario dei Bosniaci (alcuni vecchi manoscritti pare sfuggirono alla distruzione e vennero venduti al mercato nero in cambio di armi). Non fu certo il gesto piu' crudele in cinque anni di assedio, eppure resta come un simbolo di cio' che furono quegli anni. Ancora mi chiedo come si sarebbe potuto evitare, se quella storia abbia insegnato qualcosa, quali e quante siano le Sarajevo abbondanate nel mondo. So la risposta e mi imbarazzo per la stupidita' umana.


lunedì 30 gennaio 2012

Viaggio a Bangalore

Ordinarie condizioni di traffico a Bangalore.

«Ma non ha visto che traffico c'è lì fuori?»
«Nun me ne parlate!»

Chiudo gli occhi per un secondo e l' immagine che mi appare e' quella di un grande formicaio. Un fiume di corpi e cose che si toccano, interagiscono, allontanano. Una forma ordinata di confusione, un flusso continuo in cui una rottura, un' instabilita' sembra immininente e invece poi tutto continua a muoversi. Camion contro ape car, pedoni contro auto, bici contro tutti. Palazzi di acciaio e vetro cercano di rubare il cielo a case di mattoni tirate su a forza di secchi di cemento portati sulla testa. In ogni direzione lo sguardo trova qualcosa che viene abbattuta, costruita, spostata apparentemente senza un disegno. Come se tre, quattro citta' avessero deciso di crescere sullo stesso posto, come colonie di funghi a lottare per lo stesso tronco.
Il taxi su cui viaggio e' come una macchina del tempo che vada a singhiozzo: dal finestrino lampi di modernita' si alternano a scenari di altre epoche e civilta'.
Fa caldo e il mio abito invernale non e' adatto allo stagione. Faccio fatica a processare la realta' che mi circonda, la mente e il corpo stanchi da trenta ore di viaggio. Ogni spazio intorno all' auto e' colmato all' istante da moto, persone, altre auto. Guardo catatonico dal finestrino finche' l' apparire di una mucca mi ricorda dove sono e mi infonde un senso di allegria un po' idiota. "Una mucca! una mucca!" mi ripeto. Il mio autista deve avere percepito il senso di eccitazione e divertito abbassa il finestrino per rubare al volo una foto storta e fuori fuoco.

India quindi. E' impossibile non accorgersi subito delle contraddizioni di una citta' -Bangalore- a meta' tra modernita' e passato. L' India come luogo di opposti estremi e di stridori e' spesso l' immagine stereotipata usata per descrivere una nazione vasta come un continente, seconda al mondo per numero di abitanti. Pero', pure a volere viaggiare con animo libero da preconcetti, e'  impossibile non accorgersi del ribollire di forze ed energie, della trasformazione in corso, del movimento continuo della citta', dove stanno innestati insieme secoli di storia e immagini di futuri possibili. Il PIL' dell' India cresce al ritmo del 7% l' anno, ma non so bene se la crescita sia sempre nella direzione giusta. Stime ufficiali parlano per esempio del 70% delle acque di superificie inquinate e di una fetta sostanziale della popolazione sottonutrita.
L' immagine di questa grande trasformazione in corso e' per me quella di una grande cartello pubblicitario visto in una delle vie di negozi e traffico. Un uomo e una donna dai fisici scultorei campeggiano al centro di una pubblicita' per liposuzione e chirurgia estetica. Sotto il cartello due bambini (invero piuttosto magri) stanno seduti in mezzo allo sporco e si dividono un piatto di lenticchie e riso, incuranti di tutto il resto.

Sto qui cosi in mezzo al traffico, in ritardo ormai per la mia riunione, nonostante l' ora di anticipo con cui sono voluto partire. Mi agito nel sedile, chiedo all' autista se puo' fare in fretta e lui sorride facendo oscillare la testa. A quel punto mi sento un completo idiota per aver fatto la domanda. Mi sembra di essere il milanese Cazzaniga nel film "Cosi' parlo' Bellavista" intrappolato nel traffico di Napoli... sorrido a questo pensiero, mi rilasso sul sedile e aspetto. In fondo il caos che mi circonda ha qualcosa di rigenerante che rimette a posto la mia visione del mondo, la percezione della storia e di cio' che chiamiamo progresso. A leggere i giornali in US o in Europa c'e' il rischio di convincersi di essere al centro di uno spettacolo in cui il resto del mondo e' un attore periferico, quasi una comparsa.  I rantoli di un membro del Tea Party diventano oggetto di speculazione per giorni. Si da peso ai dettagli e dichiarazioni di presunti leader, come se avessero una qualche presa sul corso degli eventi, come se contassero qualcosa.  Piccoli fastidi della vita quotiana sono esagerati e finiscono per riempire inutilmente la testa.... poi ripenso a Bangalore e al suo caos e sto gia' subito meglio.


   

martedì 3 gennaio 2012

Perso in Giappone




Autunno. Mi dicono che sia la stagione migliore 
per visitare Kyoto. Io ci credo.

 Il problema di vivere in un paese anglofono e' che poi finisci per convincerti che tutti debbano e sappiano parlare inglese. Quando cosi' mi sono ritrovato alle nove di sera alla stazione di Kyoto, disperso in mezzo ad una folla ovviamente non anglofona e senza nessuna carta di credito funzionante, ho capito che avevo fatto qualche errore nell' organizzare o meglio nel non organizzare per niente il mio viaggio in Giappone. A pensarci ora la cosa non ha alcun senso, visto che fin da piccolo il Giappone ha esercitato un fascino unico sulla mia immaginazione. Avrei dovuto avere tutto pronto, una guida in tasca, denaro nel portafoglio, un piano di attacco turistico nei minimi dettagli... E invece l' unica cosa che mi ritrovo e' una pagina da google map con vaghe indicazioni di come arrivare all' hotel. Peccato che la stampa sia illegibile e le dimensione della cartina troppo piccole per decifrare gli ideogrammi. Il mio aspetto poi non deve essere dei piu' rassicuranti -barba lunga nera e capelli rasati- visto che nessuno dei miei tentativi di fermare i passanti sta producendo alcun risultato. Anzi mi stanno scansando in modo piuttosto evidente. Alla fine pero' a forza di girare intorno riesco a trovare la direzione giusta e dopo cieco e lungo girovagare a infilarmi nella porta dell' hotel.

Scopro cosi' che tutte le mie carte di credito sono bloccate e Visa ha un circuito diverso per il Giappone. Chiamo la mia banca, sblocco le carte ma non trovo nessun atm che accetti la mia carta. Poco male. Sono in Giappone, nella citta' dei Templi e con tutti questi giardini e simboli Zen intorno mica mi posso arrabbiare. Accetto passivamente e spendo cosi' un giorno e mezzo senza cibo, finche' l' insegna luminosa di una banca americana mi fa capire che il digiuno e' finito.



Al mercato, cerco di mimetizzarmi tra la
folla. Senza molto successo

Come per magia il flusso di passanti per strada  mi spinge verso il mercato del cibo di Nishiki, tra banchi di pesce, verdura, dolci. In modo casuale provo ogni cosa che sembri non contenere carne...decido che posso contravvenire alle mie regole e posso mangiare il pesce. Indico con il dito, sorrido al venditore e mangio moscardini con la testa ripiena di uovo, tempura di verdura, spiedini di pesce, pesce secco con mandorle, tofu strafritto, zuppa di te' verde e fagioli dolci.... quale modo migliorare per iniziare a conoscere la cucina di un posto? 
Il cibo e' stato senza dubbio l' esperienza piu' interessante del viaggio, per la varieta' dei sapori e forme, per la cura che viene profusa nella preparazione di ogni piatto. Per ben due sere ho goduto della immensa ospitalita' giapponese e sono stato invitato a cena in due ristoranti di extra lusso. Una cena lunga quasi tre ore, con innumerevoli portate mai viste prima, mentre io dopo gia' un' ora avevo le gambe addormentate dallo stare seduto per terra e al terzo giro di sake ero gia' cotto.

All' interno del tempio Higashi-Hoganjii. 
Al mattino presto nella grande sala all' interno
c'erano solo persone anziane. Mi sono sentito un po' fuori posto.

Mangiare a parte, forse dovrei scrivere della bellezza degli innumerevoli templi, delle contraddizione di una citta' che ha costruito orribili palazzoni (in uno stile molto italico) vicino al vecchio palazzo imperiale, dell' emozione di visitare il tempio di Sanjusagendo dove mori in duello il maestro Musashi, della bellezza dei giardini ancora rossi di autunno... vi lascio qualche foto scattata con una macchina di fortuna, nella speranza di tornare presto in terra d'oriente per avere altre storie e luoghi da raccontare.

Te' verde, gnocchi di farina bianca e fagioli azuki. Un dessert perfetto


Fontana e mestoli di bambu' per purificarsi prima della preghiera


Castello Nijo, residenza dello Shogun, ovvero il "generale" delle
forze imperiali  che
de facto controllo' il Giappone dal 1192 al 1867 



All' interno del palazzo imperiale. Un raro colore arancio 
di chiara influenza cinese.