Ara sa terra, massaju, ca est ora de arare...



martedì 8 novembre 2011

L'innocente, l' ignorante, l' insicuro






Traduzione del pezzo originale di Jim Bridwell, apparso su
Ascent, Volume 2 Numero 1, Luglio 1973 ( versione in inglese si trova al link)
E' un articolo storico che forse non frega a nessuno di leggere, visto che l' arrampicata moderna va in ben altra direzione. Considerati poi i veri problemi che attanagliano il pianeta e le singole esistenze umane, tutto questo spreco di inchiostro appare forse esagerato. Chi leggera' l' articolo con cuore puro e mente aperta, sapra' pero' ritrovare nell' articolo di Bridwell diversi aspetti ancora presenti in molte discussioni sull' arrampicata e magari trarre qualche spunto di riflessione.

La traduzione ogni tanto non e' letterale, causa difficolta' a tradurre alcune espressione idiomatiche. Spero solo di non violare nessuna legge sui diritti d' autore (la rivista non esite piu' da un pezzo) e non finire al gabbio...

Per farmi perdonare di tutte queste pippe intelletualoidi lascio il link a qualche foto di una delle ultime gite a Yosemite, su due vie "plaisir" ("Absolutely Free" e' un buon esempio di quello di cui parla Bridwell nell' articolo, una via impegnativa data come al solito 5.9).


Ascesa e declino del Yosemite Decimal Sytem

Abbassare il grado di difficolta' di una via e' una pratica insidiosa, ma non e' purtroppo un fenomeno nuovo nel mondo dell' arrampicata. E' una lunga storia, ma ha da poco guadagnato popolarita' a Yosemite. Le motivazioni dietro l' abbassare il grado sono varie, ma i risultati rimangono gli stessi, una mancanza di attendibilita' del linguaggio comune dell' arrampicata.
Chi diminuisce il grado di una via appartiene a tre generi distinti: l' innocente, l' ignorante e l' insicuro. Non siamo particolarmente preoccupati della prima categoria poiche' e' rara. Ci si puo' prendere cura del secondo tipo con l' educazione. Il terzo tipo e' estremamente difficile da rimediare, essendo basato su una immaturita' caratteriale, le cui radici sono alla base degli istinti di tutti gli individui. La scala decimale di Yosemite e' fondata sull' accettazione di un sistema di valutazione di singole vie creato dai padri fondatori di tale scala. Perche' il sistema abbai senso, e' necessario rispettare il metodo di valutazione che ne e' alla base. Le unita' di tempo non cambiano perche' qualcuno corre un miglio piu' veloce di altri. Si genererebbe il caos se ognuno avesse un orologio con una diversa misura del tempo. Non e' possibile fare affidamento su un sistema di misura a meno che non ci si attenga ad esso. Dare il grado ad una via e' un processo relativamente astratto. Una gradazioni giusta implica l' obbligo morale, da parte dell' arrampicatore, di essere il piu' accurato possibile. Un arrampicatore che abbassa il grado di difficolta' di una via sta dichiarando che e' migliore di un altro arrampicatore. E' una pratica vecchia quanto il mondo. Se un arrampicatore dice che una via e' 5.9 e un altro dice che e' 5.10, allora il prima arrampicatore dovra' essere migliore. Questo e' un esempio di competitivita' individuale in arrampicata. L' onore del gruppo, o istinto del branco, si manifesta la dove un' intera area viene sottogradata. Gli arrampicatori qui sono migliori di quelli in un altro posto, perche' le vie qui sono gradate in modo piu' severo. Alcune vie in certe aree sono gradate 5.10 o 5.10+ sebben siano state salite una volta o due, dopo innumerevoli tentativi dai migliori arrampicatori del posto. Questo puo' essere il risultato o di un grave errore di valutazione o un Io strabordante ("ego-trip"). La motivazione principale dietro la sottogradazione e' la protezione della propria immagine. Evitare la vergogna di vedere una propria via sottogradata. Sii il primo a sottogradare e sarai salvo. Questo tipo di atteggiamento finisce per imbrogliare gli stessi artefici. Gradare il singolo movimento e' una conseguenza di questa sindrome. Non ha senso dividere un tiro in movimenti individuali e dare il grado al movimento piu' duro. Trenta metri (cento piedi) di lieback con nessun movimento sopra il 5.9, ma nessuno sotto il 5.8 , con nessun riposo, non sono un tiro da 5.9!
Al momento 5.10 e 5.11 sono tra i gradi piu' bistrattati. Questo perche' sono tra i gradi piu' prestigiosi e piu' dipendenti dalle conformazioni anatomiche dell' arrampicatore. Poiche' gli arrampicatori tendono a preferire un tipo di arrampicata rispetto ad un altra, un arrampicatore abituato alle fessure per esempio sara' piu' propenso a pensare che l' arrampicata in fessura e' meno difficile di quello che in realta' e'. La pratica perfeziona le cose e le rende piu' semplici.
L' unica soluzione equa a questo problema e' una gradazione basata su un confronto fra vie. Le vie, a differenza degli arrampicatori, non cambiano molto. Un arrampicatore che progredisce in forma fisica, in fiducia in se stesso, e abilita' tecnica, avra' la tendenza a sottogradare. Dovrebbe ritornare su vie gia' gradate per un confronto di gradazione. Un uso criminoso del sistema di gradazione era una pratica comune la scorsa stagione a Yosemite. Sembrava quasi una moda. Vie che una persona non riusciva a salire in primavera diventavano 5.8+ in autunno. Altre vie venivano considerate non troppo difficili, anche quando venivano salite dopo diversi tentativi, cadute o riposi sulle protezioni. In alcune casi le vie non erano "troppo difficili" ("too bad" nell' articolo) anche quando l' arrampicatore non era risuscito a salirle. Alcuni avevano sottogradato una via dopo la quarta o quinta salita, anche se avevano fallito il primo tentativo. Ancora una volta, le cose si perfezionano con la pratica. Personalmente non penso che gli arrampicatori con questo atteggiamento siano sinceri con la comunita' e con se stessi. Acune vie sono diventate piu' semplici per un buco causato da un chiodo (pin scare), una lastra rotta o la presenza di un chiodo. I primi due casi sono modificazioni permanenti e possono richiedere un cambio del grado. Un chiodo su una via che richeda movimenti continui e di resistenza rende la via piu' facile. C'e' una grande differenza tra piazzare un chiodo in una posizione difficle e semplicemente moschettonarne uno gia' presente. Alcune vie hanno una storia di salite coraggiose e classiche. L' uso dei chiodi o di altri marchingegni della tecnica fa diminuire il valore di alcune linee, se paragonante alle prime e piu' estetiche salite. Gli arrampicatori dovrebbero sentire l' obbligo morale di mantenere la tradizione della prima salita. Questo e' particolarmente vero su vie come Twilight Zone. Il grado su tali vie dipende dallo stile in cui si sale, stile che di conseguenza determina il fattore mentale. Salire una vie senza martello con quindici nuts e decisamente diverso dal salire la stessa via con martello e trenta chiodi.

Segue poi una parte di descrizione e confronti fra varie vie, che ho pensato non aggiungesse molto al lettore italiano... e che per pigrizia per ora non ho tradotto.

mercoledì 2 novembre 2011

Indian Creek

Indian Creek. Guidando sulla statale 211 rimarrete senza
fiato di fronte alla sterminata distesa del canyon

Il sole sorge piano alla mia sinistra ma basta la poca luce dell' alba a fare splendere il bianco e il giallo del deserto. La strada e' una striscia nera, dritta verso sud, unico segno di civilta' e tempi moderni in mezzo alla radura. Potrebbero apparire gli indiani da un momento all' altro e non ne sarei stupito. Dopo dodici ore di guida sarebbe un diversivo alla noia della guida in solitaria. A tenermi sveglio una dosa massiccia di caffe, redbull e l' eccitazione di arrampicare ad Indian Creek.
Dopo quindici ore entro finalmente nel canyon e lo stupore per la bellezza che mi circonda quasi rischia di farmi uscire fuori strada. Giungo al posto dell' appuntamento mentre nello stesso momento arrivano i miei tre amici, due dal Sud della California e uno dal Colorado. In un' epoca di messaggini al telefono, rinunce all' ultimo minuto, continue chiamate al telefono anche per una semplice cena, un tale sincronismo mi mette subito di buon umore. Non ci siamo mai sentiti al telefono per dettagli e tutto e' stato deciso con due email, una settimana prima.

Io ho solo tre giorni, ma per una volta non apro nemmeno la guida, sicuro che ogni falesia e via sapra' ripagarmi del viaggio. Seguo i miei compagni nelle loro scelte e mi godo cosi' tra le piu' belle salite a vista della mia vita. Fessure parallele perfette e una roccia di arenaria rossa, liscia e senza appigli o tacche per i piedi. Tutto si gioca con pochi gesti e movimenti, ripetuti quaranta, cinquanta volte fino ad arrivare alla fine di ogni via. Basta respirare piano, prendere il ritmo e imparare a sentire una roccia che quasi sembra velluto. Il canyon e' una infinita distesa e sono forse migliaia le vie ancora inesplorate dentro le zone piu' remote e interne. Per chi ama gli strabiombi a canne o muri verticali a tacche, Indian Creek non e' il posto giusto... ma se anche per una sola volta siete stati affascinati dall' arrampicata in fessura, questo e' il posto dove prima o poi dovrete andare. La sola bellezza del paesaggi, i colori delle rocce, i profumi dei pochi cespugli, il cielo del deserto ripagheranno del viaggio in questo posto cosi' remoto.

Domenica sera ci lasciamo con Mike al distributore di benzina a Moab. Scherziamo sulle notre doti logistiche e sul tempismo perfetto del nostro incontro di Venerdi mattina. Ci siamo dati appuntamento per il prossimo anno in Alaska, per salire il "Cobra Pillar", ma magari un paio di chiamate al telefono in quel caso saranno pure necessarie...


Nota finale: la mia auto, risuscitata dalle sapienti mani di un meccanico (di quelli del tempo prima dell' elettronica), ce l' ha fatta a fare le duemila miglia del viaggio. Forse sara' l' ultimo pero'.
Nota tecnica: a Indian Creek non ci sono vie sotto il 5.10 e secondo me, pure per gli standard Americani, alcune gradazioni vanno prese con cautela.



Avvicinamento al Piston Whipped Wall. Ho dovuto usare il sacco da big wall
per trasportare sei serie complete di camelot.



Scelta del materiale, elemento cruciale su queste vie senza
o con pochi riposi. Qui mi preparo a salire la mia prima via
"No Name Crack" (5.10+) a Supercrack Buttress.
Via molto lunga con due sezioni large.
Avro'
abbastanza pezzi della stessa misura?



Colazione al campo base. Trovate di meglio?


Fin Wall. Tim sale una delle innumerevoli fessure
(Crapuccino 5.10+).
Sullo sfondo si vede chiaro il Wing gate.

domenica 16 ottobre 2011

Sul cinismo e sulle proiezioni ortogonali della pasta




Gli anni dell' Universita' sono spesso idealizzati nella mente di molti come un' epoca d' oro, di grande divertimento e frizzante vita sociale, come se poi, finita la scuola, la vita non avesse piu' da offrire momenti di allegria. A me vengono i brividi a pensare di tornare all' Universita'. La sola idea di un salto temporale che mi riporti a rivere quel capitolo della mia vita mi incute ansia e terrore. Non che non mi sia divertito, anzi. Ma insieme ai momenti di allegria, alle amicizie, ai momenti di genuina spensieratezza c'era un carico di stress e miserie umane, che solo la vita da studente universitario sa dare. Guy Debord nel suo magnifico opuscolo "Miseria della condizione studentesca" con poche frasi riesce a dipingere in modo magistrale tutte le ragione per cui io non tornerei indietro nel tempo. Ancora oggi, nelle rare visite a Pisa, ogni volta che passo di fronte alle aule, un senso di nostalgia si mischia ad una non tanto sottile ansia.
I primi mesi di lezioni furono quelli con impatto psicologico piu' profondo, risvegliandomi da un torpore intellettuale in cui ero vissuto inconsapevolmente per tutti gli anni del liceo. Fu una terapia d'urto, sovrastato com'ero dalla mole di nozioni e circondato spesso da persone che sembravano avere capito tutto e di piu' ( in seguito capii che alcune di queste mentivano, ma questa e' un' altra storia...). Come in ogni circolo umano o animale, esisteva infatti anche li una piramide sociale, basata questa volta sul sapere presunto o sbandierato. Io non ero di certo al vertice, ma nemmeno nel fondo. Chi stava al vertice, godeva a fare sentire gli altri se non proprio stupidi, almeno lenti di comprendonio. Siccome le nozioni di cui potevo fare sfoggio erano limitate, capii che una cosa divertente da fare era dare informazioni sbagliate ai meno fortunati alla base, giusto per vedere il panico o il loro disorientamento. Intendiamoci, si trattava di piccole bugie, come sostenere di avere capito tutto, di avere gia' letto tutti gli appunti o di ritenere banale una certa dimostrazione.

Un giorno uno degli insegnanti ci propino' un problema che all' epoca sembrava un po' fuori contesto, tale da scatenare il panico in molti dei presenti. Si trattava di capire come la posizione di una mosca sarebbe cambiata, se la mosca fosse rimasta intrappolata in un foglio di pasta per la lasagna. A piegare e ristirare la pasta, la mosca avrebbe cambiato posizione, come puo' ben sapere chiunque abbia tirato una sfoglia.
Alla fine dell' ora, uno dei disperati al fondo della piramide usci' dell' aula in cerca di conforto umano. Uno dei presenti (famoso per il suo cinismo e umorismo tagliente) gli disse di non preoccuparsi, che la soluzione era comprare il libro scritto da P.M. "Le proiezioni ortogonali della pasta", in vendita nelle migliori librerie. In un' epoca senza Internet, il poveretto passo' il pomeriggio a cercare il libro, ovviamente senza trovarlo e disperandosi ancora di piu'.

Questo episodio di micro cinismo, sarebbe stato sepolto nelle pieghe delle mia labile memoria, se non fosse stato per un regalo ricevuto qualche giorno. Quando Dennis e Claire si sono presentati con il libro "The Geometry of Pasta", tutti quei ricordi sono sbucati fuori.
Ovviamente, con mio grande disappunto, il problema della mosca non viene trattato. Si trovano pero' ricette e un po' di storia della pasta. Alcune parti per un Italiano sono ovvie, ma gli gli Americani fanno sempre fatica a capire che non si puo' fare la carbonara con i ditalini rigati...

lunedì 10 ottobre 2011

Di addii, auto ed emissioni



Dopo tre anni e mezzo di onorato servizio, pare che la vecchia Camry non ne voglia sapere di ripartire. Sta li, di fronte al mio garage e fino ad ora nessuno dei tentativi fatti sembra riportare la vita nel motore.
L' impianto elettrico e' sempre stato il suo punto debole. Piu' di una volta ho vissuto momenti di panico in mezzo a neve, deserto o radure spopolate, nel tentativo di "fare contatto", fare in modo che i sensori che controllano il motore di avviamento funzionassero. La mossa segreta per ripartire era stata scoperta da Antonio, durante un viaggio a Bishop. La macchina non voleva ripartire e noi iniziammo a toccare tutti i possibili pomelli e bottoni, chiudere e aprire le porte, nel tentativo di trovare la giusta combinazione di contatti elettrici. Spendemmo due ore di puro delirio sulla statale 395. Ad un certo punto chiesi ad Antonio di scendere dalla macchina e mettersi nella stessa posizione in cui si trovava l' ultima volta in cui eravamo riusciti a ripartire. Lui mi rispose "Si, ma in quel momento stavamo mangiando dei donuts", come se avesse una qualche rilevanza. Alla fine Antonio capi' che bisognava sfiorare gentilmente il cambio nel mentre si girava la chiave.

Pagata mille e cento dollari, la macchina mi ha portato in giro per migliaia di chilometri, diventando di fatto parte della mia attrezzatura per la vita all' aria aperta. Dall' Oregon al Sud della California, e' stata un po' macchina e un po' appoggio logistico per dormire e mangiare.


E cosi' ora il dilemma. Tentare l' impossibile e resuscitarla? comprarne un' altra usata?
L' idea di una macchina nuova non mi ha mai sfiorato e l' unico motivo per cui ne comprerei una sarebbe per ragioni "ambientali", per un ipocrita desiderio di "inquinare di meno". A guidare si inquina sempre e i numeri delle emissioni sono sempre spaventosi. A leggere i depliant delle auto sembra pero' che la maggior parte dei nuovi veicoli siano "green", gentili con l' ambiente e a ridotte emissioni.
Ma chi decide in fondo quando una macchina e' a bassa emissione? in Europa ci pensa l' Unione Europea. Vengono fissati dei parametri e le case automobilistiche devono rispettarli per poter avere la certificazione. Il tutto sembrerebbe nobile e giusto, se non fosse che i test per il controllo delle emissioni vengono fatti in laboratorio e non su strada. In altre parole, il motore e' testato in condizioni ideali, al banco di prova, dove i cicli del motore sono ottimizzati per rispettare gli standard imposti. Cosa succederebbe invece se i test fossero fatti su strada? La risposta sta in questo recente studio finanziato dalla UE. I risultati dei test su strada danno risultati diversi e per alcuni tipi di emissioni la differenza e' notevole. Per esempio. la differenza di emissioni di anidride carbonica e' del 21% in piu', quello di ossido di azoto del 320% (ehmmm....).

Quindi non solo il senso di colpa non deve mai abbandonarci quando guidiamo un' auto "ecologica" ma dobbiamo pure ricordarci che in fondo queste definizioni sono arbritrie e soggette alla volonta' politica del momento. Dal Lunedi al Venerdi io uso solo la bici e rimpiango ancora i tempi in cui riuscivo ad andare ad arrampicare senza prendere l' auto...


Nota: ecco l' abstract dell' articolo.

"For obtaining type approval in the European Union, light-duty vehicles have to comply with emission limits during standardized laboratory emissions testing. Although emission limits have become more stringent in past decades, light-duty vehicles remain an important source of nitrogen oxides and carbon monoxide emissions in Europe. Furthermore, persisting air quality problems in many urban areas suggest that laboratory emissions testing may not accurately capture the on-road emissions of light-duty vehicles. To address this issue, we conduct the first comprehensive on-road emissions test of light-duty vehicles with state-of-the-art Portable Emission Measurement Systems. We find that nitrogen oxides emissions of gasoline vehicles as well as carbon monoxide and total hydrocarbon emissions of both diesel and gasoline vehicles generally remain below the respective emission limits. By contrast, nitrogen oxides emissions of diesel vehicles (0.93 ± 0.39 grams per kilometer [g/km]), including modern Euro 5 diesel vehicles (0.62 ± 0.19 g/km), exceed emission limits by 320 ± 90%. On-road carbon dioxide emissions surpass laboratory emission levels by 21 ± 9%, suggesting that the current laboratory emissions testing fails to accurately capture the on-road emissions of light-duty vehicles. Our findings provide the empirical foundation for the European Commission to establish a complementary emissions test procedure for light-duty vehicles. This procedure could be implemented together with more stringent Euro 6 emission limits in 2014. The envisaged measures should improve urban air quality and provide incentive for innovation in the automotive industry."

lunedì 3 ottobre 2011

Gogna e l' accesso alla montagna

Segnalo un articolo di Alessandro Gogna, pubblicato su lo Scarpone di Settembre.
Non avendo l' articolo originale, vi mando al post di Beppe, in cui ho scritto due righe su cosa penso a riguardo.

Tutta questa storia del controllo, della sicurezza e della regole per vivere all' aria aperta, non poteva non riportare alla memoria una citazione dotta, che spero qualcuno dei miei sette lettori riesca a riconoscere...

"What's the matter with you guys? This was never about the money, this was about us against the system. That system that kills the human spirit. We stand for something. We are here to show those guys that are inching their way on the freeways in their metal coffins that the human spirit is still alive."

Traduzione: "Quale il e' il vostro problema? non e' mai stata una questione di denaro, eravamo noi contro il sistema. Quel sistema che uccide lo spirito dell' uomo. Noi combattiamo per qualcosa. Noi siamo qui per dimostrare a quelle persone sulle autostrade nelle loro bare di metallo che lo spirito dell' uomo e' ancora vivo."

sabato 1 ottobre 2011

Al di la delle montagne




"Al di la delle montagna, l' uomo" e' la frase di Walter Bonatti, che apre il libro scritto da Steve House sulla sua carriera di alpinista, i suoi successi, fallimenti e sacrifici per diventare uno dei migliore alpinisti di sempre.
Steve House scrive con una prosa magistrale, ben lontana dallo stile spesso aggressivo e arrogante che caratterizza i libri del suo mentore e compagno di cordata, Mark Twight. Durante un' uscita in montagna, avevo barattato questo libro con il mio compagno di tenda in cambio di una copia di Kiss or Kill, di M. Twight. Sbagliando, mi aspettavo la stessa scrittura punk, lo stesso aproccio rabbioso nei confronti dell' universo mondo. Lo stile e il tono sono invece ben diversi, benche' si ritrovi la stessa esaltazione per la fatica, la sofferenza fisica e un sana attudine elitistica. House riesce a tenervi incollati al libro, mentre descrive una sua salita in solitaria, un tiro duro di ghiaccio o la sofferenza estrema a ottomila metri. In una epoca in un cui il meglio che si puo' tirare fuori da un climber professionista e' spesso "Sick Bro', that was awesome!", House svetta anche come scrittore.

House racconta un periodo di tempo che va dalle sue prime esperienze in Slovenia sul Triglav durante uno scambio culturale fino alla sua salita in stile alpino del Nanga Parbat con Vince Anderson. Sono numerosi i flash back e i salti temporali ma il Nanga Parbat e' lo spettro di una ossesione sempre presente nel libro, fino al successo finale.
Anche per chi non ama la sofferenza in montagna, il libro e' una lettura di grande ispirazione.
Un vero inno alla dedizione, al perseguimento dei sogni con energia e tenacia, alla ricerca di legami umani con cui vincere avversita' e paure. House descrive appunto l' uomo, i suoi demoni, paure, ossessioni e momenti di ealtazione quasi mistica. Al di la dei gradi e dell' obbiettivo finale, e' l' uomo e' cio' che rimane dopo una salita, con la sua capacita' di darsi sempre nuovi obbiettivi e la forza di portarli a termine.


Nota: non credo che il libro sia stato ancora stampato in Italiano. Ho controllato il catalogo di VersanteSud, una delle poche case editrici che ancora si sobbarca la fatica di tradurre e pubblicare libri di montagna, ma non c'e traccia del libro...

lunedì 19 settembre 2011

Viva la "Vecchia Scuola"





"Damn it ! This is really Old School!.... I Don't think I'm Old School enough for it"


Mi ritrovo a cercare nell' imbrago una protezione della misura giusta. E' la terza volta in mezzo minuto che ripeto questo inutile gesto. E' una di quei movimenti dettati dallo stress o panico. Un po' come smagnesarsi le mani in continuazione. Il problema e' che so gia' che nell' imbrago non ho niente per proteggere la fessura in cui ho incastrato il ginocchio sinistro, unica cosa tra me e una decina buona di metri di volo. Non e' il volo, ma e' l' atterraggio su un terrazino sotto a preoccuparmi. Portare protezioni fino a tre pollici diceva la guida, scritta forse alla fine degli anni ottanta. Avrei bisogno almeno di una da cinque...Ci sara' stato un motivo se la via "5.9 Old School" non era nelle edizioni aggiornate. Non so nemmeno se siamo sula via giusta, tanto vaga era la descrizione sulla guida.
Mi accorgo che sto entrando in "Panic Mode" e ondate di pensieri inutili stanno iniziando ad intasare il sistema centrale. Inizio a cercare disperatamente una tacca da strizzare e tentare l' impossible... salire in stile "sport climber" . Dopo anni a cercare di imparare le geometrie di incastro piu' varie, sto regredendo allo stato di topo da falesia e sto sognando la "reglette". Maledico la "Old School", le loro dannate fessure larghe, la loro maestria nel salire senza mettere protezioni, perche' tanto nelle off-with o nei camini e' impossibile cadere. Melo ripeto mentalmente ogni volta che cerco di spostare il peso e sento la gravita' che mi tira giu'. Dopo dieci minuti di inutile spreco di energia mentali, mentre sto ancora con il mio ginocchio dentro la fessura, nel turbinio di pensieri inutili mi viene in mente che la notte prima ho rischiato una multa di trecento dollari perche' dormivo su un posto non autorizzato. Il ranger mi ha graziato, non so nemmeno per quale ragione. Al pensiero del rischio corso, la mia taccagneria risveglia un meccanismo di difesa e avviene il miracolo!

Capisco allora che tutta la gamma di emozioni che mi stanno passando per la testa, sono io ad averle cercate. Sono io che ho guidato cento ottanta miglia di notte, che ho fatto due ore di approccio, che ho rischiato la multa esattamente per essere qui ed ora. Questo semplice pensiero mi aiuta a rimettermi in asse. Se trenta anni fa ci sono passati senza scarpette, senza imbrago e senza una corda elastica, allora posso passare anche io. Infilo tutto il braccio dentro la fessura, il gomito e palmo della mano a formare un arm bar. Premo e sento che tiene. Sollevo il ginocchio. Ripeto il movimento quattro-cinque volte finche' non riesco a trovare un incastro per tutto il pugno. Il resto del tiro va via veloce. In sosta i miei sentimenti per la "Old School" sono ormai cambiati. Sento un senso di riconoscenza per quei visionari che, con pochi mezzi, hanno creato dei veri gioielli su roccia. Lasciando intatto, o almeno in gran parte immutato, il senso dell' avventura e della sfida per le generazioni future.



(Nella foto Chuck Pratt. La foto e' stata scattata da Doug Robinson nel 1967, e' presa da www.supertopo.com. E' un mirabile esempio, ad Indian Creek, dello stile dell' epoca. )